Confronti e polemiche

 

PRESENTAZIONE
 
 
In questa rubrica vengono riportati dibattiti e polemiche che si sono svolti, con la nostra diretta partecipazione, come Istituto CESAD e come SIMPSI, su altre riviste (telematiche e non) e su alcune mailing-list di carattere professionale, intorno a varie tematiche di ordine psicopatologico, clinico, psicoterapeutico, nelle quali le divergenze metodologiche si presentano ancor oggi, così come nei passati decenni, profonde e spesso inconciliabili, soprattutto a causa dell’analfabetismo epistemologico tuttora dominante nelle nostre discipline, sia sul piano accademico che su quello professionale.
 

 From: G. G. Giacomini

Sent: Monday, January 30, 2012 2:24 AM

Subject: Re: [PM-SMC] comunicato SIMPSI: psicopatologia e psichiatria

 

 I Capitan Schettino della psichiatria italiana

ovvero:

La psicopatologia degli spettri



La storia si ripete.


Un’antica, molto nota parabola orientale ci  insegna che per ogni saggio

che col dito indica la luna, c’è sempre qualche “supersaggio” che cerca

di attirare l’attenzione del pubblico sul dito e non sulla luna.

E tutti sanno  che se alla corte del Re in tenuta adamitica qualcuno esclama che il Re è nudo,

c’è sempre qualche solerte cortigiano che si scandalizza non per le nudità del Re,

ma per il tono troppo alto dell’esclamazione.

In questi casi, l’antica sapienza italica inoltre insegna che se  chi esclama troppo alto

incorre poi in qualche sgradevole incidente, vuol dire che “proprio se l’è cercata”.

Con questo tipo di “supersaggezza” è notoriamente molto facile, nel nostro paese,

diventare senatori a vita; un po’ meno contribuire a migliorare l’etica e la scienza.


Se ci siamo definiti “facili profeti” nel prevedere la catastrofe della psichiatria italica,

è evidente che con questa definizione non abbiamo assunto alcun atteggiamento profetico

o salvifico: era infatti facile per tutti prevedere un disastro ormai annunciato da oltre 40 anni,

anche  solo consultando, su Internet, voci come “Psichiatria” o “manuale DSM”.

Quando il nocchiero decide di  seguire una rotta che sicuramente porterà il bastimento

contro la scogliera, non saranno necessari indovini, maghi o messia per prevedere

quale sarà l’esito della sua manovra.

E se qualcuno, osservando la rotta prescelta dal nocchiero, lancerà

qualche grido d’allarme, dovremo proprio fargliene una colpa?


Sin dalla metà degli anni ‘60 le nostre Associazioni ed il nostro Istituto CESAD

hanno messo in guardia i Colleghi contro i pericoli di un indiscriminato impiego,

in psicologia, psicopatologia e psichiatria, delle metodiche e dei concetti di stampo

operazionistico.

In quell’epoca, le gerarchie accademiche lavoravano appunto per introdurre nel nostro paese,

senza alcuna previa valutazione critica, il manuale operazionistico DSM,

confezionato negli Stati Uniti.

Nello stesso periodo (guarda caso) aveva inizio, su larga scala e con mezzi illimitati,

da parte delle Aziende, una massiccia campagna di propaganda per la diffusione indiscriminata

degli psicofarmaci, soprattutto antidepressivi.

Perchè fosse assicurata una simile indiscriminata diffusione farmacologica, era evidente

la necessità di abbattere ogni discriminazione tra psicosi e psicopatie, al fine di assimilare

le seconde alle prime, trasformandole, così, in “malattie mentali”. 

A questo fine, il manuale DSM, con la sua equiparazione al rango di “malattia”

di ogni sindrome di disadattamento comportamentale, rispondeva egregiamente.

E’ anche vero, però, che,  in tal modo, l’intero patrimonio scientifico, nosografico,

clinico, didattico, professionale della psicopatologia classica, doveva essere sacrificato

sugli altari dei buget aziendali, dai quali venivano così a dipendere i protocolli di ricerca,

le “diagnosi” cliniche, le prescrizioni farmacologiche, l’organizzazione dei Congressi “scientifici”,

l’esito dei concorsi universitari, ecc.


Sul piano scientifico, oltre che su quello istituzionale, le nostre Associazioni e l’Istituto CESAD

si sono pertanto costantemente impegnati, per oltre un quarantennio, per un ritorno

ai valori scientifici, etici e professionali della psicopatologia classica, contro i poteri aberranti

che intendevano – e tuttora intendono -  stravolgerli.

Questo impegno è documentato dai numerosi lavori di ricerca che sono comparsi anche su Internet

e che, pertanto, sono sempre stati accessibili a chiunque desiderasse prenderne visione.

Una gran parte di questi lavori scientifici è ora raccolta anche nel volume “Psicopatologia Sistematica

e Metodo Dialettico”, disponibile nelle librerie per tutti coloro che volessero documentarsi.

Chi pertanto desiderasse muovere obiezioni alle argomentazioni scientifiche contenute in questi lavori,

è tenuto a contrapporre altrettante argomentazioni che abbiano, a loro volta, un fondamento scientifico:

saremo sempre ben disposti a prendere in considerazione qualsiasi  contributo dei Colleghi,

quando non sia rappresentato, come troppo spesso è accaduto in passato, 

da abusate frasi fatte, battute di repertorio, e affini.


Per quanto riguarda la presunta “autocritica” delle gerarchie accademiche ed i loro proclamati propositi

di redimersi dagli errori del passato, basterà considerare il progressivo deterioramento della impostazione

nosografica adottata nei più recenti congressi ( compreso l’ultimo, annunciato congresso SOPSI per il 2012),

dove alla già precaria psicopatologia DSM, basata su fatiscenti sindromi-malattie,

viene ormai sostituita, addirittura, una fantomatica “ psicopatologia degli spettri”.

Inoltre, non si vede come il nuovissimo Lessico di Psicopatologia, miscellanea sparsa di “sintomi”

e di “sindromi” priva di qualsiasi unità epistemologica, potrebbe rappresentare lo strumento più idoneo

– secondo quanto proclamato dai potentati accademici – per garantire alle nuove generazioni di psichiatri

una visione sistematica del sapere psicopatologico.


In tali condizioni, suscita non poche perplessità l’atteggiamento  di quegli psichiatri italiani che,

in luogo di correre ai ripari per impedire nuovi disastri, considerano virtuoso accusare

di allarmismo ingiustificato i facili profeti che inevitabilmente li prevedono.

.

Se non si trattasse di un’autentica tragedia, potrebbe apparire risibile lo spettacolo di una ciurma

che, all’indomani di un naufragio  previamente annunciato, decidesse, ancora una volta,

di affidare il proprio bastimento agli stessi capitan schettino che, già responsabili

della precedente catastrofe, annuncino solennemente di  voler nuovamente

seguire la medesima rotta che sicuramente condurra’ il vascello dritto contro le scogliere.


A  quanto sembra, per taluni nostri colleghi, non sarebbe possibile una valutazione scientifica

degli attuali e  dei futuri fallimenti della nostra sventurata disciplina, prima che, tra un altro quarantennio,

i responsabili del presente  naufragio non ci portino a quello prossimo venturo.

Arrivederci dunque al  2052, con la nuova psicopatologia degli spettri.


La storia si ripete…



In data 24 Gennaio 2012 GM Benedetti ha scritto:



From: gianmaria benedetti

Sent: Tuesday, January 24, 2012 11:00 AM

To: PM-SMC@LISTSERVER.SICAP.IT

Subject: Re: [PM-SMC] comunicato SIMPSI: psicopatologia e psichiatria


Condivido le critiche alla psichiatria biologica/dsm, ma non il tono

messianico e salvifico che le accompagna, come sempre. La scienza non

si propaganda come un partito o una campagna pubblicitaria, senza

rischiare di perdere le sue prerogative.


Sono ben lieto di vedere i segni e anche le ammissioni del ‘fallimento

del progetto’ psichiatrico suddetto, che purtroppo temo abbia rovinato

un’intera generazione di psichiatri ( e anche psicologi, temo), ma

come sempre l’"io l’avevo detto" non è molto consolante,

Ovviamente, come alla caduta dell’Unione Sovietica, sono gli stessi

dirigenti che hanno portato la nave sugli scogli (il Giglio

influenza…) che si pretendono cocchieri del nuovo corso. Niente di

nuovo sotto il sole.

E la ‘vecchia talpa’ tornerà probabilmente a mostrarsi, dopo un

periodo di scavo sotterraneo.

GBenedetti



Il giorno 23 gennaio 2012 13:19, G. G. Giacomini <giacomin@libero.it> ha scritto:





  S I M P S I


  SOCIETA’ ITALIANA MEDICI PSICOPATOLOGI E PSICOTERAPEUTI


  SEDE NAZIONALE

  16121 Genova – Via A.M. Maragliano, 8/5 – Tel/Fax 010/580903


  Internet: www.istpsico.it


  e-mail: giacomin@libero.it





  COMUNICATO:


  Per un ritorno alla psicopatologia classica


  e ai suoi valori scientifici, etici e professionali




  A tutti i Soci SIMPSI e AMPSI


  A tutti i Colleghi


              e p.c. Ai Presidenti degli Ordini dei Medici




                                                                                                                                          Genova, 30 Dicembre 2011



  Caro Collega,



  il nostro Anno Sociale 2011 si chiude con un evento che è per noi di primaria rilevanza, perchè ci consente di suggellare in modo significativo un pluridecennale periodo di impegno operoso nel corso del quale le nostre Associazioni SIMPSI e AMPSI si sono tenacemente battute per riscattare la nostra professione ed i suoi valori scientifici, etici, deontologici e culturali dallo stato di profondo degrado in cui sono attualmente precipitati, in conseguenza delle politiche deleterie perseguite, sin dai primi decenni dello scorso secolo, proprio da quelle istituzioni che avrebbero dovuto, sotto ogni profilo, promuoverli e tutelarli.



  Nonostante le manovre occulte e palesi, messe in atto, nelle sedi del potere accademico, per impedirne la pubblicazione, è ora finalmente uscito, sia pure con notevole ritardo, il volume "Psicopatologia Sistematica e Metodo Dialettico – Con riferimenti alla Tavola Epistemologica Universale" (Editrice ETS)*, nel quale si trovano raccolti i principali contributi che documentano le attività svolte, nell’arco di oltre un quarantennio, a livello scientifico e istituzionale, da parte sia delle nostre Associazioni SIMPSI e AMPSI, sia dell’Istituto CESAD per le Scienze Psicologiche e la Psicoterapia Sistematica – Centro Studi per l’Analisi Dialettica, in difesa del significato culturale e dei valori scientifici, etici e professionali della psicopatologia, della psicoterapia e della psichiatria.


  Il fatto che questi valori siano stati, ormai da molti decenni, malauguratamente misconosciuti e smarriti in sede istituzionale, ci viene, negli ultimi tempi, a più riprese confermato dalle stesse agenzie ufficiali della psichiatria accademica, come risulta anche dal documento che la SOPSI - Società Italiana di Psicopatologia ha recentemente diffuso per annunciare il suo prossimo congresso nazionale per l’anno 2012. (v. All. 1).


  Con tale documento viene denunciato, nella sua cruda realtà, lo stato miserevole nel quale al giorno d’oggi è ormai ridotta la professione dello psichiatra, che, soprattutto in conseguenza della sua fatiscente cultura psicopatologica, tutta basata sui criteri operazionistici del manuale DSM, si trova ad esercitare un’attività che nella pratica quotidiana viene definita, nel suddetto documento, "sempre più piatta e demotivante, il cui vocabolario professionale si è ridotto ad una decina di parole".


  Inoltre, come fatto non meno deplorevole, il documento SOPSI lamenta che lo stesso progetto scientifico, che avrebbe dovuto guidare la ricerca negli ultimi 40 anni, avendo adottato "criteri operativi di ipersemplificazione psicopatologica", nella "convinzione che l’uso di quei criteri ci avrebbe avvicinato all’identificazione dei fondamenti etiopatogenetici dei singoli disturbi", ha portato in realtà, come risultato, "a perdere di vista l’essenza delle sindromi psichiatriche", per cui "oggi appare sempre più chiaro che quel progetto è fallito".


  Ancora una volta, ciò che risulta più sconcertante in questo, come in tanti altri documenti della psichiatria accademica, è la totale assenza del più pallido spirito autocritico, per la quale l’Accademia pretende di ignorare - ed esige che ogni comune mortale debba umilmente ignorare - , che l’incompetenza clinica e l’analfabetismo epistemologico dello psichiatra dei nostri giorni, oltre che il fallimento della ricerca scientifica nelle nostre discipline, altro non sono che il frutto bacato della dissestata didattica propinata, per interminabili decenni, dalla stessa Accademia, a molteplici generazioni di sventurati discenti, i quali, nella fattispecie, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, nulla conoscono, del pensiero psicopatologico e della sua storia, se non quello che viene loro trasmesso dal suddetto manuale "statistico" e "ateoretico" DSM, vera pietra tombale dell’autentica clinica psichiatrica e dei suoi fondamentali criteri di diagnostica psicopatologica differenziale.


  Suscita pertanto non poche perplessità il fatto che il documento SOPSI ci annunci, come fosse una sua luminosa "scoperta", che, per ovviare alla "voglia" di psicopatologia delle giovani generazioni di psichiatri (ma meglio sarebbe dire alla loro sconfortante ignoranza), occorre superare l’attuale visione riduttiva e confusiva dell’odierna clinica psichiatrica (ma non è forse quella del DSM ?) e che "solo riscoprendo l’insegnamento della psicopatologia [quella del DSM o quella classica?] si può trasmettere ai giovani la complessità e la ricchezza delle espressioni della patologia mentale, l’arte della diagnosi differenziale e la capacità di distinguere i disturbi mentali dal mero disagio esistenziale".


  A questo punto, potrebbe sembrare a qualcuno che i responsabili della formazione psicopatologica del medico avessero deciso di avviarsi sulla strada di una salutare autocritica: infatti, essendosi ormai dichiarati consapevoli di avere da sempre palesemente ignorato, nei loro corsi di insegnamento (nonostante le raccomandazioni e le proposte avanzate, sin dal 1985, da parte delle nostre Associazioni), i fondamentali contributi della più moderna psicopatologia classica (quali, soprattutto, ci sono pervenuti attraverso l’opera di autori come K.Jaspers e K.Schneider), - e di avere elevato, in loro vece, agli altari della didattica accademica, gli idoli aberranti dei vari manuali operazionistici DSM ed ICD, patrocinati dalle Aziende farmaceutiche – sarebbe stato lecito attendersi, da parte loro, insieme al riconoscimento del proprio fallimento scientifico e didattico, anche il conseguente proposito di porvi un adeguato rimedio.


  Purtroppo, tuttavia, ciò che i luminari della SOPSI attualmente ci propongono, per rimediare allo sfacelo delle nostre discipline, di cui essi stessi sono responsabili, è il loro nuovissimo "Lessico di Psicopatologia", rapsodico inventario di "disturbi" e di "sintomi" privo di qualsiasi unità epistemologica, dal quale non si vede come i giovani psichiatri possano ricavare quella concezione sistematica del pensiero psicopatologico che è indispensabile per una coscienza responsabile della propria professionalità e che non può prescindere da una conoscenza critica delle metodiche psicopatologiche e del loro sviluppo storico.


  Non ci resta, pertanto, che prendere atto della rinnovata determinazione, con la quale, ancora una volta, i potentati universitari pretendono pur sempre di ignorare i contributi della psicopatologia critica e della Tavola Epistemologica Universale, limitandoci, come facili profeti, a prevedere che il più recente progetto didattico e scientifico della SOPSI, che unisce il confusionismo metodologico del nuovo "Lessico", agli "utili algoritmi" del manuale DSM ed ai modelli di un neuroscientismo acritico, sarà destinato ad un nuovo, completo fallimento, perchè renderà ancor più problematico, per i giovani psichiatri, il conseguimento di una concezione unitaria e sistematica della psicopatologia, nella teoria e nella clinica, - garantendo peraltro, come unico risultato, il sicuro successo dei programmi commerciali delle Aziende per una sempre più diffusa e indiscriminata ricettazione psicofarmacologica.


  Ricordando che è prossima la ricorrenza del primo centenario della nascita della psicopatologia critica moderna ( l’opera capitale di K.Jaspers, "Psicopatologia generale", risale al 1913 ), dovrà da parte nostra essere sempre più sentita, anche per l’avvenire, l’obbligazione di continuare a seguire senza compromessi la strada che abbiamo fin qui percorsa e che ci è stata tracciata dai padri nobili della psicopatologia classica, oltre che dai grandi maestri del pensiero occidentale.


  A tale riguardo, ricordiamo che nel 2013 ricorrerà anche il primo centenario della nascita della dialettica attualistica ( "La Riforma della Dialettica Hegeliana" di G.Gentile è stata pur essa pubblicata nel 1913), la cui metodologia è indispensabile per una teoria dialettica della personalità e delle personalità psicopatiche.



  Nella fiducia che il Nuovo Anno ci conduca ad ulteriori sviluppi per i nostri programmi scientifici e ci conceda le energie necessarie per una migliore tutela dei nostri valori etici e professionali, formulo per Voi e per i vostri cari i miei più cordiali Auguri.



  G.Giacomo Giacomini


  Presidente SIMPSI e AMPSI




  ALLEGATO  1



  SOPSI – SOCIETA’ ITALIANA DI PSICOPATOLOGIA


  Una nuova psicopatologia per la clinica e le neuroscienze


  Tra gli psichiatri italiani, e non soltanto italiani, si sta facendo strada da tempo la voglia di conoscere meglio o di riscoprire la psicopatologia. Una voglia che esprime spesso, oltre al desiderio di arricchimento culturale, il bisogno di riaffermare la propria professionalità, affrancandola da una pratica quotidiana sempre più piatta e demotivante, in cui il vocabolario professionale si è ridotto ad una decina di parole.


  Questa “voglia di psicopatologia” è oggi sempre più condivisa anche dai ricercatori. La proposta di criteri diagnostici operativi per i vari disturbi mentali era nata, 40 anni fa, dalla convinzione che la ricerca basata sull’uso di quei criteri ci avrebbe avvicinato all’identificazione dei fondamenti etiopatogenetici dei singoli disturbi. Oggi appare sempre più chiaro che quel progetto è fallito. Anzi, l’ipersemplificazione psicopatologica che si è accompagnata allo sviluppo dei criteri diagnostici operativi ha fatto spesso perdere di vista l’essenza, la “gestalt”, delle sindromi psichiatriche. Da ciò il bisogno di riscoprire gli approcci psicopatologici classici e di conoscere meglio quelli recenti, per recuperare quell’essenza.


  Inoltre, la ricerca biologica e neuropsicologica più avanzata sta ormai esplorando non più i correlati dei vari disturbi mentali, bensì quelli dei singoli fenomeni psicopatologici (dalle allucinazioni uditive all’anedonia, al panico, alle ossessioni), da cui la necessità di una caratterizzazione più precisa e di una conoscenza più approfondita di tali fenomeni.


  Ancora, la “voglia di psicopatologia” appare oggi evidente a tutti i livelli della formazione in psichiatria. Le 22 parole che compongono il criterio sintomatologico del DSM-IV per la schizofrenia possono forse rappresentare un utile algoritmo per il clinico esperto che già sa bene che cos’è la schizofrenia, per aver letto a suo tempo Kraepelin e Bleuler, ma possono essere molto confusive per il giovane studente o specializzando, il quale può ricavarne il messaggio, che potrà rimanere nella sua mente per sempre, che un quadro composto da qualsiasidelirio più qualsiasi allucinazione è sufficiente per la diagnosi di schizofrenia. Naturalmente, la formazione psichiatrica richiede altre modalità e altri strumenti. Solo riscoprendo l’insegnamento della psicopatologia si può trasmettere ai giovani la complessità e la ricchezza delle espressioni della patologia mentale, l’arte della diagnosi differenziale e la capacità di distinguere i disturbi mentali dal mero disagio esistenziale.


  Infine, è oggi chiaro a tutti che la scelta, l’impostazione e l’attuazione degli interventi terapeutici in psichiatria, soprattutto sul versante delle psicoterapie e degli interventi riabilitativi, richiedono una caratterizzazione del singolo paziente più articolata di quella offerta dagli attuali sistemi diagnostici, la quale può avvenire soltanto utilizzando il linguaggio della psicopatologia.


  A questa “voglia di psicopatologia”, avvertita a vari livelli la SOPSI intende rispondere, dopo la recente pubblicazione del Lessico di Psicopatologia, dedicando a questo tema il Congresso del 2012. Il Congresso offrirà una rivisitazione completa di tutte le aree della psicopatologia, alla luce delle recenti acquisizioni delle neuroscienze e delle scienze sociali e del comportamento.



LA DIAGNOSI PSICOPATOLOGICA DIFFERENZIALE
E LA CRISI
DELL’ASSISTENZA PSICHIATRICA


—– Original Message —–
From: "Anna Fubini" <
a_fubini@LIBERO.IT>
To: <
PM-SMC@LISTSERVER.SICAP.IT>
Sent: Monday, June 07, 2010 6:25 AM
Subject: Re: [PM-SMC] sul lavoro di comunità: comunità come collettività e
grande opportunità DIAGNOSTICA


……….
Coglievo  l’occasione della discussione in corso per rivolgermi
direttamente a professionisti esperti, come
chi lavora nelle Comunità, e proporre loro una ben
precisa RICHIESTA, invece troppo spesso disattesa da parte delle più varie
sedi e circostanze.

…… non mi pare un lavoro inutile cercare di mettere in atto
ogni accorgimento di DIAGNOSI DIFFERENZIALE.


COMMENTO

Il fatto che il problema della diagnosi psicopatologica differenziale
corrisponda
ad una richiesta fondamentale non soltanto dell’assistenza in comunità,
ma di TUTTA la psichiatria, ad ogni livello (teoria, ricerca, clinica,
didattica, professione, ecc.) è stato segnalato ufficialmente dalla
SIMPSI- Società Italiana Medici Psicopatologi e Psicoterapeuti -
sin dal 1985 ( v. comunicazione al XXXVI Congresso della SIP-
Società Italiana di Psichiatria, Milano, ottobre 1985) ed è stato
puntualmente ribadito, negli anni successivi, sino ad oggi, sia
attraverso i lavori scientifici pubblicati su "Psicoterapia Professionale",
Rassegna dell’Istituto CESAD, sia attraverso numerosi articoli e
lettere aperte  pubblicati su diversi bollettini degli Ordini dei Medici
di tutta Italia (allego il testo di una di queste lettere aperte,
di seguito a questo commento), sia attraverso comunicazioni
 in convegni, simposi e tavole rotonde ( l’ultima tavola
rotonda, sulle personalità psicopatiche e sulla psicopatologia clinica
di K.Schneider, è stata tenuta a Genova, nella sede del nostro Istituto,
il 28 ottobre del 2009).
Chi fosse interessato a questa problematica potrà trovare
la relativa documentazione, di ordine scientifico e professionale, nel
sito Internet del nostro Istituto CESAD:
www.istpsico.it.
( Una sintesi dei trentennali dibattiti sostenuti dalla SIMPSI su
questo argomento sarà inoltre presto disponibile su un volume
di prossima pubblicazione, a cura del nostro Istituto :
"Psicopatologia Sistematica e Metodo Dialettico" ).

E’ necessario, in proposito, precisare ancora una volta che, se
questa richiesta fondamentale di diagnosi psicopatologica differenziale
viene sistematicamente "disattesa da parte delle più varie
sedi e circostanze", ciò non dipende da inadeguatezze legislative
(recenti o remote), ma da una lacunosa formazione psicopatologica
 del medico che, nel corso dei suoi studi universitari (generici e
specialistici) riceve un insegnamenhto psichiatrico basato esclusivamente
sul famigerato manuale operazionistico DSM.
L’impostazione grossolanamente pragmatistica di questo manuale fa sì
che venga inquadrato nel concetto categoriale di "malattia mentale"
(cioè di "psicosi") ogni manifestazione comportamentale che arrechi
"disturbo" all’individuo e/o alla società.
Conseguentemente, vengono fatti rientrare in questa categoria
non solo i quadri clinici psicopatologici dipendenti da accertate o
probabili cerebropatie ( intossicazioni, anemie, disfunzioni circolatorie,
processi degenerativi, neoplasie, ecc.), ma anche le psicopatie
(personalità psicopatiche e sviluppi psicopatici) che, secondo
la definizione di K.Schneider, "nè oggi, nè mai, potranno essere
 ricondotte a malattie".
Per quanto la diagnostica psicopatologica differenziale tra psicosi
e psicopatie sia stata chiaramente definita già nei primi decenni del
secolo scorso ( la 1a edizione della  "Psicopatologia Generale" di
K.Jaspers risale al 1913, mentre la "Psicopatologia Clinica" di
K.Schneider è nata nel 1934), essa è stata da sempre sostanzialmente
ignorata, ad ogni livello (scientifico, epistemologico, clinico, didattico),
dalla psichiatria accademica italiana, la quale, inoltre, negli ultimi
decenni, ha adottato, incondizionatamente ed acriticamente, la
manualistica "ateoretica" DSM.

Una delle più eclatanti conseguenze di questa sudditanza DSM è
l’uso grossolanamente funzionalistico e "ateoretico" dei concetti
di "psicosi", di "diagnosi" e di "malattia mentale", per cui
anche una personalità psicopatica che presenti un comportamento
più o meno gravemente disadattato viene ad essere "diagnosticata"
(con etichette varie, quali "distimia", "depressione maggiore",
"personalità borderline", ecc.) come una "psicosi cronica"
e, come tale, "curata" con trattamenti "terapeutici"
di ordine psichiatrico, nè più e nè meno di quanto
accadeva negli ospedali psichiatrici di esecrata memoria.
Occorre aggiungere che, nel corso di questi ultimi decenni,
il nostro impegno, come SIMPSI e come Istituto CESAD,
per una migliore formazione culturale e professionale del medico
in campo psicopatologico (e, in particolare, nella diagnostica
psicopatologica differenziale) è stato sistematicamente osteggiato
dalle autorità accademiche, con la complice indifferenza
di larga parte della categoria medica.
Non è di molto costrutto lamentare gli attuali disastrosi guasti
della psichiatria, rifiutandosi, ancor oggi,
di esaminarne criticamente le cause.

G.Giacomo Giacomini
Presidente SIMPSI


 

ALLEGATO

S I M P S I
SOCIETA’ ITALIANA MEDICI

PSICOPATOLOGI E PSICOTERAPEUTI

SEDE NAZIONALE

16121 Genova – Via A.M. Maragliano, 8/5 – Tel/Fax 010/580903

Internet: www.istpsico.it   e-mail: giacomin@libero.it

 

 


AGGIORNAMENTI  CULTURALI

 

 
A tutti i Presidenti degli Ordini dei Medici


A tutti i Colleghi
 

Genova,  dicembre 2009 
 
 
RITORNARE ALLA PSICOPATOLOGIA CLASSICA: PERCHE’ ?


Una tavola rotonda, a Genova, sulla psicopatologia clinica di Kurt Schneider.

 In una recente tavola rotonda, svoltasi a Genova, in onore del celebre psichiatra Kurt Schneider *, è stato auspicato un ritorno alla psicopatologia classica ed ai suoi criteri clinici e diagnostici.
E’ ben noto come, già da diversi decenni, questi criteri siano stati snaturati dall’introduzione, in psichiatria, a livello internazionale, tanto nella ricerca e nella didattica universitaria, quanto nella clinica e nell’assistenza istituzionale, del controverso manuale DSM ( Manuale Diagnostico Statistico dei disturbi mentali, nelle sue successive versioni: I, II, III, IV ). Tale manuale è stato presentato, dai suoi sostenitori, come lo strumento pragmaticamente più efficiente per risolvere i dibattuti problemi della diagnostica psichiatrica, al di là della disparità di teorie, metodologie e linguaggi, esistente, sin dalle sue origini, nella psicopatologia moderna.
Ma quali sarebbero le soluzioni proposte dal manuale DSM  per i problemi della clinica psichiatrica?
Si può dire, innanzi tutto, che, con la sua impostazione dichiaratamente “pragmatica” ed esplicitamente “antiteoretica”, il manuale DSM venga ad assumere un atteggiamento semplicistico, molto simile a quello che caratterizza l’uomo comune di fronte alla malattia.
In realtà, per il profano digiuno di conoscenze mediche, la condizione di malattia coincide con lo stato di sofferenza percepita soggettivamente e con tutte quelle limitazioni delle funzioni fisiche e mentali che ad esso si accompagnano.
“Mi sento male” è generalmente, per il paziente, sinonimo di malattia, ma è anche, non di rado, motivo di disaccordo e di polemica con il medico curante. In effetti, quest’ultimo, in base alla sua preparazione scientifica e professionale, sa che non sempre sofferenza e disturbo sono sintomo di malattia  e che uno stato di disagio fisico o mentale denunciato dal paziente non sempre trova riscontro in una “reale” condizione morbosa, e viceversa.
Questa divergenza del punto di vista del medico rispetto a quello del paziente dipende dal fatto che il medico, in ragione della sua formazione scientifica naturalistica, è stato istruito a considerare come autentica “malattia” soltanto ciò che è sperimentabile e quantificabile come abnorme in base a rigorosi criteri obiettivi, che trovano il loro punto di riferimento nelle scienze fisio-biologiche, quali l’anatomia patologica, la chimica e la fisica.
Perciò, nessun medico che eserciti seriamente la sua professione penserà mai di considerare un disordine funzionale come una dispnea, o una febbre, o una tachicardia, o una mialgia, o un senso di angoscia, ecc., come una “malattia “ in quanto tale, ma piuttosto si interrogherà  in merito alla possibilità che queste disfunzioni e disagi possano costituire “segni” o “sintomi” di uno stato patologico, il cui fondamento dovrà tuttavia essere individuato sul terreno fisico-somatico e sul quale dovrà pertanto basarsi la diagnosi clinica di malattia. In base alla propria cultura scientifica, il medico sa che questo criterio diagnostico differenziale tra un quadro clinico fondato su un reperto somatico e un quadro clinico che ne è privo è di primaria importanza dal punto di vista metodologico e terapeutico. Infatti, nel primo caso sarà possibile adottare una metodologia naturalistica di spiegazione causale e programmare una corrispondente terapia specifica contro le cause patogene; nel secondo caso, invece, di fronte ad un evidente scarto psico-somatico tra l’entità della sofferenza soggettiva e l’esiguità ( o l’assenza ) del reperto organico, resterà aperto l’interrogativo se sia possibile reperire una metodologia in grado di soddisfare le nostre esigenze di una spiegazione scientifica.
 
Queste premesse elementari sono necessarie per comprendere sino a qual punto il manuale DSM, in relazione alla psicopatologia,  pretenda di stravolgere le norme basilari del ragionamento clinico.
In effetti, quando, nelle sue classificazioni cliniche, presenta sindromi e sintomi tipici della psicopatologia classica, quali l’ansia, la depressione, le fobie, le coazioni, le idee ossessive, o le personalità abnormi, ecc. il suddetto manuale non stabilisce alcun serio criterio di diagnostica psicopatologica differenziale tra quei casi in cui tali sindromi siano correlate con reperti somatici patologici e quei casi in cui una tale correlazione risulti assente.
Accade così che, mentre nella psicopatologia classica ( soprattutto nella sua versione più moderna, che fa capo principalmente ad autori quali K.Jaspers e K.Schneider ), conformemente a quanto statuito dalla clinica medica, nessuna reale diagnosi di malattia risulta legittimabile, qualora le manifestazioni psichiche abnormi non siano riferibili ad un ben obiettivabile  fondamento somatico, nel caso del manuale DSM, invece, anche i quadri sindromici privi di un tale fondamento ( quali ansia generalizzata, disturbo ossessivo-compulsivo, distimie varie, comportamenti di personalità abnormi, ecc.) vengono “diagnosticati” come entità morbose e malattie mentali di interesse psichiatrico.
Questa indebita estensione del concetto di malattia al livello sindromico, da parte del DSM,  conduce, da un lato, ad una adulterazione di tale concetto, che, dalla sua formulazione scientifica, viene degradato a quella, volgarizzata, dell’uomo comune, mentre, dall’altro lato, ci riporta ad una visione manicomiale della malattia mentale, la cui “diagnosi” viene basata su criteri di disadattamento e di “disturbo” rispetto agli ordinamenti ed alle convenzioni dell’ambiente sociale.
 
D’altra parte, la moderna psicopatologia classica, mentre nega alle sindromi di tipo psicopatico lo statuto di “malattia mentale” e di “entità nosografica”, riconosce la loro autonomia metodologica, conforme al principio della comprensione (
Verstehen
), inquadrandole nella problematica della personalità e della sua dialettica.
Al contrario, con il suo radicale misconoscimento dei criteri di diagnostica differenziale della moderna psicopatologia classica, - per la quale le alterazioni psichiche non riconducibili ad un fondamento neurobiologico non possono, né debbono, essere qualificate come “malattie” o “entità nosografiche”, ma sono da inquadrarsi nella problematica della psicopatie e delle personalità psicopatiche, - il DSM si rende anche responsabile della più grave adulterazione dello stesso concetto di personalità, cui viene negata quell’autonomia metodologica che già le era stata garantita, da parte di K.Jaspers e di K.Schneider, con l’introduzione, in psicopatologia, del principio della comprensione ( o
Verstehen, pertinente alla soggettività ed alla sua dialettica interiore), in contrapposizione al principio naturalistico della spiegazione ( o Erklaeren
, attinente alla categoria nosografica delle psicosi).
Occorrerà, al riguardo, sottolineare che, in assenza del riconoscimento, alla problematica della personalità, di una sua autonomia metodologica fenomenologico-dialettica, non sarà neppure possibile conferire un fondamento sistematico alla teoria della psicoterapia e dei trattamenti psicoterapeutici e psicopedagogici, che verranno pertanto ridotti a pure operazioni empiriche di condizionamento per la modifica automatizzata dei comportamenti esteriori, in funzione di un adattamento standardizzato dell’organismo alle richieste dell’ambiente esterno.

Il ritorno ai criteri metodologici della psicopatologia classica, quali sono stati formulati, nella loro versione più moderna, sul piano teoretico e clinico, da autori quali K.Jaspers e K.Schneider, è dunque la condizione indipensabile e indilazionabile per il superamento della grave crisi in cui si trova la psichiatria contemporanea, sia come didattica  universitaria per la formazione psicopatologica del medico, sia per quanto  concerne un’adeguata assistenza specialistica fondata su una corretta diagnostica psicopatologica differenziale.
 
G.Giacomo Giacomini
Presidente SIMPSI

 

* La tavola rotonda è stata tenuta il 28 Ottobre 2009, nella sede dell’Istituto CESAD - Centro Studi per l’Analisi Dialettica, in via Anton M. Maragliano 8, con il seguente programma:

 

 LA PSICOPATOLOGIA FENOMENOLOGICA DI KURT SCHNEIDER: UNA SVOLTA STORICA NELLA PSICHIATRIA CONTEMPORANEA

Relatori:

Riccardo Dalle Luche: “ Le Personalità Psicopatiche” di Kurt Schneider

G.Giacomo Giacomini: Tradizione e rivoluzione nella psicopatologia di K.Schneider: metodo della spiegazione e metodo della comprensione. Personalità psicopatiche, psicosi e diagnosi psicopatologica differenziale.

Pantaleo Fornaro: Segni, sintomi ed esperienza vissuta nel Delirium

Natale Calderaro: " Le Personalità Psicopatiche" di K.Schneider: questioni metodologiche e aspetti clinici.




 

—– Original Message —–
From: G. G. Giacomini
To: PM-SMC@LISTSERVER.SICAP.IT
Sent: Saturday, March 07, 2009 11:31 PM
Subject: Re: [PM-SMC] Res: [PM-SMC] Riforma 180: rispostine, peluzzi e giochini
 
SIMPSI

SOCIETA’  ITALIANA MEDICI
PSICOPATOLOGI E PSICOTERAPEUTI

SEDE NAZIONALE
16121 Genova - Via A.M. Maragliano,
8/5 - Tel/Fax 010/580903
Internet:
www.istpsico.it
 
Pensare che possa esservi un’equivalenza tra il concetto schneideriano di personalità psicopatica e quello di "disturbi di personalità" secondo il manuale DSM è assolutamente improponibile, così come è del tutto fuor di luogo qualsiasi  paragone tra la diagnosi differenziale tra psicosi e psicopatie secondo la psicopatologia schneideriana e quella tra "disturbi  psicotici" e "disturbi di personalità" secondo la psicopatologia del manuale DSM.
Purtroppo non è facile far comprendere a chi rifiuti ogni criterio di critica metodologica che in psicopatologia (e,  in generale, in psichiatria, psicologia, psicoterapia, ecc.) termini e concetti, apparentemente uguali o simili nell’ uso comune, non hanno in realtà lo stesso significato, quando vengano impiegati nell’ambito di sistemi dottrinari di diversa impostazione epistemologica.
Sotto questo profilo, uno dei concetti più controversi è, come a tutti ben noto, quello di "personalità".
E, sempre sotto questo profilo, non è corretto pensare che le differenze di significato debbano corrispondere a criteri di ordine fantapolitico, secondo i quali concetti come "personalità", o "diagnosi psicopatologica differenziale" , o altro, sarebbero, con l’avvento della psicopatologia DSM, divenuti "più democratici", mentre, nella psicopatologia di uno Jaspers o di uno Schneider, sarebber stati basati sul principio di autorità e sul "verbo " del maestro.
In realtà esistono ben altri criteri, di ordine epistemologico ( che la critica razionale di quei maestri ha contribuito a definire), per individuare i caratteri differenziali che vengono ad assumere tali concetti, quando siano usati in contesti psicopatologici fondati su diverse metodologie.
 
Non è dubbio che, in ragione della propria metodologia operazionistica,  la psicopatologia del DSM ci proponga un  concetto di personalità estremamente semplice, perchè esclude ogni riferimento all’esperienza interiore del soggetto: per una tale psicopatologia, per definire la personalità sarebbe necessario e sufficiente fare riferimento a quegli automatismi comportamentali attraverso i quali l’organismo trova il suo abituale adattamento all’ambiente esterno; in questo senso, i "disturbi"  della personalità corrisponderebbero a disfunzioni di tali abituali meccanismi neurobiologici di adattamento ambientale. Di conseguenza, la "terapia", per una simile "patologia", consisterebbe nel ripristino delle abituali funzioni di adattamento dell’organismo al suo ambiente. Sotto questa prospettiva, la metodologia delle evidenze empiriche, in quanto analisi dei comportamenti esteriori,  sarebbe del tutto idonea per lo studio della "personalità", della sua "patologia" ( intesa come "disturbi" dell’adattamento) e per la "terapia " di tale "patologia".
 
Ben diversa è l’impostazione metodologica di una psicopatologia fenomenologica o dialettica, per la quale la problematica dell’interiorità soggettiva è inscindibile  dal concetto di personalità, che non sarà pertanto mai riducibile ad una serie di comportamenti esteriori empiricamente evidenziabili e statisticamente quantificabili.
Alla base di un simile concetto di personalità e delle sue condizioni abnormi e psicopatiche noi dovremo considerare la problematica dei sentimenti, la cui tipologia (e relativi criteri tipologici ) non sarà da riferirsi a fattori biologici o comportamentali, bensì all’interiorità soggettiva. Perciò, ad esempio, nella psicopatologia schneideriana, i sentimenti sono riferiti all’esperienza interiore dell’Io e le modalità secondo cui si esprimono non si esauriranno mai in automatismi esteriorizzati (una simile condizione corrisponderà ad una soppressione dei sentimenti autentici). In una simile prospettiva, pertanto, i sentimenti, come problematica autentica dell’Io e della personalità, non saranno fatti da "spiegare" secondo i criteri della mera osservazione empirica o della causalità naturalistica, bensì dovranno essere "compresi" in funzione di un’analogia con la nostra stessa interiorità, per la quale non saranno mai riducibili a fatti obbiettivabili e quantificabili. In questo senso, lo Schneider concepisce la personalità e le sue varianti abnormi e psicopatiche non in funzione di una vera psicopatologia, ma di una "patopsicologia", cioè di una psicologia dei sentimenti e delle loro varianti abnormi: gli psicopatici non corrispondono ad alcuna malattia mentale "diagnosticabile", nè a nulla di patologico; essi sono dei "timopatici", cioè abnormi del sentimento.
E’ evidente, pertanto, che, su queste basi epistemologiche, non sarà possibile stabilire alcuna analogia tra il concetto fenomenologico-dialettico di diagnosi psicopatologica differenziale e quello operazionistico tipico della manualistica DSM o ICD, così come neppure potrà coincidere, nelle due diverse concezioni psicopatologiche, lo stesso significato della "malattia mentale".
In effetti, dal punto di vista fenomenologico-dialettico, la diagnosi psicopatologica differenziale tra psicosi e psicopatie comporterà necessariamente una netta differenziazione qualitativa nella metodologia impiegata per lo studio e per il trattamento del caso esaminato: più precisamente tale metodologia si conformerà al principio della spiegazione naturalistica (ed ai suoi criteri di quantificazione statistica e di causalità neurobiologica) qualora sia dimostrabile ( o altamente attendibile) la presenza di una malattia cerebrale (psicosi fondabili su base somatica, psicosi endogene); qualora, viceversa, il caso in esame sia riconosciuto come pertinente alla categoria delle psicopatie (personalità psicopatiche e loro sviluppi), non riconducibile a patologie di ordine neurobiologico, non sarà legittimabile l’uso di metodologie naturalistiche, ma si dovrà fare ricorso alla metodologia della comprensione, riferendo i sentimenti e le esperienze soggettive alla problematica interiore dell’Io, come personalità. 
Ben diversa sarà la posizione di una psicopatologia di stampo DSM o ICD, per la quale l’unica metodologia scientificamente e clinicamente valida sarà sempre di ordine naturalistico e per la quale non esisteranno differenze qualitative o metodologiche tra "disturbi psicotici" e "disturbi di personalità", dal momento che anche a questi ultimi sarà pur sempre da attribuirsi un fondamento neurobiologico "patologico": è evidente che, in questo caso, non vi potranno essere differenze significative  tra i due ordini di "disturbi" per quanto riguarda i  criteri medodologici della ricerca, della clinica e dell’assistenza terapeutica.
 
Ovviamente, ognuno sarà sempre libero di scegliersi la psicopatologia che più corrisponde alle sue preferenze epistemologiche, ma, perchè questa scelta possa avere una sua giustificazione, occorrerebbe che almeno fosse criticamente consapevole delle metodiche e delle conseguenze pratiche che da tali preferenze derivano.
Nel caso in questione, è evidente che trattare la "personalità " e i cosiddetti "disturbi di personalità" secondo criteri metodologici di ordine comportamentistico e neuropatologico non comporta alcun reale differenziazione rispetto alle psicosi, cui si attribuisce un analogo fondamento neuropatologico: non stupisce perciò che, date queste premesse teoriche della manualistica DSM e ICD, anche sul piano pratico dell’assistenza e della  terapia, quei casi che nella psicopatologia schneideriana sono definiti come personalità psicopatiche e sviluppi psicopatici siano trattati alla stregua di patologie mentali. In effetti, nessun reale interesse può sussistere sul piano psicopatologico e patopsicologico, per un conflitto della personalità, quando si presupponga che sia riducibile a condizionamenti comportamentali o sia integralmente "spiegabile" in funzione di meccanismi neurobiologici e biochimici.
Esempi eclatanti di una simile metodologia sono i congressi della SOPSI, che, pur autodefinendosi come Società di Psicopatologia, promuove una ricerca che, ispirandosi alla manualistica DSM, riconduce ogni tematica psicopatologica o patopsicologica alla dimensione neurobiologica e neurofarmacologica.
 
 
L’aspetto più sconcertante di queste discussioni in lista, non è, peraltro, il fatto che vi possano essere divergenze di opinioni sulla scelta di questa o di quella psicopatologia,
ma che, ogni qualvolta si metta in rilievo come una scelta sensata e motivata debba comunque chiamare in causa problemi di ordine metodologico, immancabilmente insorgono, da ogni lato, rispostine, rispostacce, peluzzi nell’uovo, "faccette", ululati baluba e accuse di turbamento della pubblica quiete. Non sono mancati interventi che chiedevano ostracismi e ghigliottina in piazza per "l’erudito di turno" imputato di aver inventato, di sana pianta, diaboliche "gabbie" epistemologiche da cui ogni intelletto bennato dovrebbe definitivamente liberarsi.
 
Considerata la profonda coscienza critica ed autocritica che caratterizza le eminenze grigie della psichiatria nostrana, non meraviglia che tali eminenze rivolgano le proprie attese  di una riforma della propria disciplina scientifica, anzichè al proprio genio riformatore, a mitiche leggi onnicomprensive che provvidi legislatori dovrebbero prontamente varare, per riparare miracolosamente i guasti di cui proprio i nostri stessi geni sono i principali responsabili, ad ogni livello (scientifico, metodologico, accademico, didattico, professionale, assistenziale, ecc. ).
 
G.G.Giacomini
Presidente SIMPSI
 
 
—– Original Message —–
Sent: Monday, March 02, 2009 4:25 PM
Subject: [PM-SMC] Res: [PM-SMC] Riforma 180: rispostine, peluzzi e giochini.
.

…. i DSM hanno rappresentato la transizione da un sistema basato sul principio di autorità e sul "verbo" del maestro ad un sistema più democratico basato sulle evidenze.
 –

 

 

 

INTERVENTO DI G.G.GIACOMINI SULLA MAILING LIST PM-SMC DI PSYCHOMEDIA IN RELAZIONE AL DIBATTITO SULLA PROPOSTA DI LEGGE BURANI DEL 2001.

 

 

 Date: Thu, 18 Oct 2001 17:45:50 +0200

Sender: Psychomedia Salute Mentale e Comunicazione
<PM-SMC@LISTSERVER.SICAP.IT>
From: "G.G.Giacomini" <giacomin@LIBERO.IT>
Subject: [PM-SMC] P.d.l. Burani, M.Maj,
psichiatria accademica e altre burle.


In data 12 ottobre Mario Maj, Presidente della Società Italiana di
Psichiatria, ha comunicato, tramite P.Petrini:

"La guerra di religione che si profila a proposito della legge 180 solo
in minima parte è espressione di difficoltà e contrasti interni al mondo
della tutela della salute mentale; in larga misura, invece, essa è il
prodotto di conflitti e contrapposizioni ideologiche che a quel mondo
sono estranei.

Le strutture residenziali vanno sicuramente meglio regolamentate.

Già oggi purtroppo in alcune di queste strutture si ritrovano realtà
simili a quelle dei vecchi manicomi, per la concentrazione dei
pazienti, la spersonalizzazione, l’incuria e l’abbandono. Aumentare
il numero dei posti in ciascuna di queste strutture fino a 50, con
possibilità di accorpamento di più strutture, come una delle proposte
di legge in discussione prevede, e accentuarne la natura
custodialistica a spese della connotazione socio-riabilitativa, come
fanno entrambe le proposte di legge, non farebbe altro che aumentare
il rischio della riproduzione di realtà manicomiali."

Commento.

L’articolo a firma del presidente SIP Mario Maj (il cui testo, a quanto
sembra, è stato approvato dall’esecutivo della Società Italiana di
Psichiatria, colonizzata dagli universitari), comparso in lista il 12/10/01,
è un istruttivo esempio della tartuferia accademica nostrana..
Tale documento lascia intendere che la soluzione dei problemi sollevati
dall’attuale dibattito sulla legislazione per l’assistenza psichiatrica
dovrebbe risiedere unicamente nella deideologizzazione dei contrasti
attualmente esistenti attorno alla legge 180 e nell’adozione di
provvedimenti puramente "tecnici" e "socio-culturali", i quali dovrebbero
garantire la promozione della connotazione "socio-riabilitativa" delle
strutture assistenziali, preservandole da ogni possibile involuzione di
natura "custodialistica", tipica del vecchio manicomio.
In tal modo, però, sembra cha la psichiatria universitaria non riesca a
scorgere, nell’ambito dell’assistenza psichiatrica, altre alternative
metodico-culturali che non siano, da un lato, quella "custodialistica"
(legata alla vituperata ideologia dell’"alienato mentale" e della sua
"pericolosità") e, dall’altro lato, quella, innovativa, "socio-
-riabilitativa" (che considera la sofferenza mentale esclusivamente
come conseguenza di squilibri sociali, per i quali, pertanto, si
richiederanno correttivi a livello politico, piuttosto che interventi di
carattere medico).
Un simile semplicismo risulterebbe letteralmente stupefacente se ad esso non
ci avesse abituato, ormai da molti decenni, il radicale analfabetismo
epistemologico della psichiatria accademica nostrana (come già per il
passato abbiamo avuto occasione di dimostrare attraverso la nostra ricerca e
come, più recentemente, per sommi capi, abbiamo illustrato in questa ed in
altre liste).
In realtà è veramente increscioso che, agli inizi del terzo millennio, la
psichiatria accademica nostrana non abbia da offrire altro modello
culturale, al fine di superare l’ideologia manicomiale (risalente alla legge
36/1904), che non sia quello "socio-riabilitativo": quest’ultimo, infatti,
per quanto meritori o sotto il profilo del soccorso umanitario, non può
certo considerarsi né qualificato, da un punto di vista scientifico ed
epistemologico, né sufficiente, sul piano pratico, per risolvere, secondo i
criteri di un’assistenza differenziata e sistematica, la vasta gamma dei
problemi presentati dagli stati di sofferenza psicopatologica.

Per avere un’idea del grossolano semplicismo con cui viene affrontato il
problema clinico da parte della "scienza" psichiatrica nostrana, basterà
soffermarsi sul modo come viene impostato, ad esempio, il problema delle
cosiddette "strutture residenziali".
"Le strutture residenziali - ci dice il documento SIP - vanno sicuramente
meglio regolamentate".
E ci spiega come:
"Sono necessari criteri per l’accreditamento di queste strutture,
sia pubbliche che private, che riguardino non solo gli spazi, i
posti e il numero degli operatori, ma anche le attività che in esse
debbono svolgersi."

Secondo un simile discorso, sembra che tutto il problema relativo a tali
strutture debba risolversi in funzione di provvedimenti di carattere
burocratico, amministrativo, logistico, ludico e simili.
Neanche un cenno sui gravi problemi di carattere clinico (che sono poi
quelli mai seriamente affrontati, sin dalle origini, dai bramini dell’uni-
versità), dai quali dipendevano i vizi d’origine del vecchio manicomio.
Com’è noto, in una tale istituzione, i reparti "residenziali" risultavano
differenziati secondo criteri di alta professionalità clinica: vi erano, ad
esempio, i reparti che accoglievano i "malati" "SUDICI", mentre, invece, gli
"alienati" "PULITI" venivano alloggiati in separati reparti. Un’altra
importante categoria "psicopatologica" era rappresentata dagli "AGITATI", i
cui reparti erano differenziati da quelli destinati alla categoria
"psicopatologica" dei "TRANQUILLI". E così via.
In funzione di questi geniali criteri di psicopatologia clinica, poteva
perciò accadere, com’è facilmente intuibile, che in uno stesso reparto, ad
esempio, quello degli "agitati", venissero a trovarsi, affastellati in un
sol fascio, pazienti che, dal punto di vista propriamente psicopatologico,
risultavano pertinenti a categorie nosografiche e a tipologie cliniche assai
differenti, quali intossicazioni alcoliche acute e croniche, processi
degenerativi neurobiologici della più diversa natura, quadri ciclotimici in
fase maniacale, stati dissociativi, deliri di rapporto sensitivo, quadri di
ansia acuta di tipologia psicopatica, ecc.

Non sembra dubbio che qualora, già nel vecchio ospedale psichiatrico, i
criteri dell’assistenza fossero stati quelli dell’autentica psicopatologia
clinica (che non risulta fossero, neanche allora, proibiti da alcuna legge)
i ricoverati avrebbero potuto usufruire non solo di cure più adeguate, ma
anche di un trattamento più civile dal punto di vista umanitario. Anche se
la vecchia istituzione manicomiale risultava pesantemente condizionata da
norme gravemente lesive dei diritti alla libertà della personalità umana,
nessuna disposizione impediva, tuttavia, agli psichiatri di svolgere i
propri compiti in modo conforme ai canoni della propria scienza e della
propria professione. In tal senso, si sarebbe almeno potuto evitare che una
persona inquadrabile in una tipologia psicopatica (come un delirio di
riferimento in una personalità sensitiva) venisse trattata alla stessa
stregua di una schizofrenia processuale o, addirittura, di una cerebropatia
con un’analoga sintomatologia.
In effetti, già nei primi decenni del secolo scorso era stata tracciata,
dalla psicopatologia moderna, una netta differenziazione tra le cosiddette
malattie mentali a fondamento neurobiologico ( e che più propriamente
sarebbero da definirsi "cerebropatiche") ed i quadri psicopatici
(personalità psicopatiche e loro reazioni e sviluppi), per i quali, men che
mai, si dovrebbe parlare di "malattia", così che, per essi, sarebbe da
escludersi ogni valutazione di tipo diagnostico (che dovrebbe essere invece
riservata esclusivamente ai disordini mentali a fondamento cerebropatico).
Questa fondamentale distinzione tra psicosi (a fondamento neurobiologico) e
psicopatie (attribuibili a problematiche della personalità), teorizzata sul
piano metodologico, nosografico e diagnostico dalla più moderna
psicopatologia integrazionistica (K.Jaspers, K.Schneider ed altri), consente
di inquadrare in modo adeguato i principali problemi della clinica e
dell’assistenza in psichiatria. Nella sue linee essenziali, essa è anche
condivisa, pur con qualche variante teoretica e terminologica, anche
dai più qualificati esponenti della psicopatologia integrazionistica
funzionalistica. A questo riguardo, infatti, O.Bumke così si esprimeva:

"Tutti i luoghi di cura per alienati accolgono DUE SORTA DI MALATTIE
ETEROGENEE - considerate secondo l’origine loro - le quali, per lo meno
immediatamente, non passano l’una nell’altra e, tutt’al più, solo
incidentalmente qualche volta coincidono, e sono le MALATTIE CEREBRALI
e le PSICOSI FUNZIONALI.
Nella paralisi progressiva, nella lue cerebrale, nella demenza senile,
nell’arteriosclerosi, nei tumori del cervello e nelle conseguenze di certe
ferite, per citare solo le forme più importanti, un processo patologico
grossolano si innesta nel meccanismo cerebrale normale, lo distrugge o per
lo meno lo disturba; ne derivano, oltre ai segni somatici della malattia,
determinati sintomi nervosi di deficienza o di irritazione, come afasia,
aprassia, cecità psichica, amnesia, demenza, fenomeni di eccitamento da
causa organica. Questi sono, almeno in parte, anche sintomi psichici, ma non
sono preformati nella nostra vita psichica normale, e noi ci troviamo di
fronte ad essi psicologicamente senza risorse; possiamo bene registrarli ma
non interpretarli. Il cervello ammalato organicamente reagisce diversamente
dal sano, e CHI STUDIA QUESTE REAZIONI MANEGGIA UNA PATOLOGIA
GENERALE ORIENTATA SECONDO PUNTI DI VISTA NEUROLOGICI CHE
HA BEN POCO DI COMUNI CON LA PSICOLOGIA NORMALE.
Noi possiamo scoprire come parla un individuo afasico, ma il modo di
procedere di costui non risveglia una eco immediata nella nostra coscienza.
(Questo naturalmente non esclude che noi stessi occasionalmente possiamo
provare accenni di questi sintomi, persino nel corso di malattie di poca
importanza. Facile perseverazione mentre vi è un po’ di febbre, accenni
di incontinenza emozionale se vi è un forte esaurimento psichico od
organico, sintomi parafasici e parapractici nell’ubriachezza e amnesie
in seguito all’avvelenamento alcoolico, si presentano anche nei sani; TUTTE
QUESTE SONO QUINDI REAZIONI ORGANICHE SOTTRATTE
ALLA NOSTRA COMPRENSIONE PSICOLOGICA IMMEDIATA).

Non è necessario aver veduto molti malati per sapere che all’infuori di
questi SI DANNO ALTRI DISTURBI MENTALI DI CUI SIAMO BEN IN GRADO DI
COMPRENDERE LE MANIFESTAZIONI. Si può essere malati di mente anche in modo
diverso da quello secondo il quale un processo organico si insedia in un
cervello precedentemente sano come farebbe un processo infiammatorio del
polmone. Noi arriviamo così al concetto dei DISTURBI PSICHICI FUNZIONALI.
Le oscillazioni dell’umore, l’angoscia, la periodicità, la suggestio-
nabilità, gli errori mnemonici, l’inibizione, le idee ipocondriache,
melanconiche o di dubbio, le oscillazioni della cenestesi, LA TENDENZA PIU’
O MENO ACCENTUATA ALLA LOTTA OD AI CONFLITTI: TUTTO
QUESTO L’UOMO NORMALE CONOSCE GIA’ NELLA PROPRIA COSCIENZA
e può quindi penetrare ben nella mente di quei malati nei quali questi
caratteri sono patologicamente esagerati o deformati. Ciò non avviene
nella stessa misura a tutti gli osservatori e per tutti gli ammalati, ma
secondo il temperamento ad un osservatore appare più familiare un
sintomo, ad un altro un altro. Ma fondamentalmente tutti i sintomi citati
hanno le loro radici nel campo della normalità e derivano dalle proprietà
della psiche umana normale. Per quanto le rappresentazioni deliranti, i
disturbi sensoriali, i disturbi della volontà, quando giungono ad un grado
molto avanzato, trasformino in modo sorprendente la personalità di un
individuo, tuttavia all’analisi scientifica che ricerca le tracce delle
prime e più sottili manifestazioni, ciascuno di questi sintomi finisce per
dileguare nella psicologia dell’uomo normale".

Il fatto che la problematica delle psicosi trovi il suo fondamento sul
terreno neurobiologico comporta, in tali casi, l’obbligo di una metodologia
neurologistica (metodo naturalistico della "spiegazione") sia nella ricerca
che nella clinica e nella terapia.
E’ questo il terreno delle neuroscienze, che con ragione vedono nella
psichiatria neurobiologica null’altro che un ramo della neurologia.
Ben diverso è il caso della psicopatologia delle psicopatie (personalità
psicopatiche e loro sviluppi), per le quali si impone invece la metodologia
personologica della "comprensione" e per la quale si qualifica come
trattamento di elezione una psicoterapia sistematica (centrata sulla
personalità).
QUALORA PERTANTO, ANCORA UNA VOLTA, NELLA COSTITUZIONE DELLE
STRUTTURE PER L’ASSISTENZA PSICHIATRICA (RESIDENZIALE E NON) VENISSERO
IGNORATI I FONDAMENTALI PRINCIPI EPISTEMOLOGICI DELLA PIÙ MATURA
PSICOPATOLOGIA CLASSICA, SAREBBE VANO SPERARE UN QUALSIASI REALE
PROGRESSO SUL PIANO OPERATIVO.

E’ dubbio, peraltro, che una simile impostazione possa trovare consensi
nell’ambito dell’accademia psichiatrica, la quale, avendo da sempre ignorato
i fondamenti epistemologici della più avanzata psicopatologia classica, si
trova attualmente schierata sulle posizioni grossolanamente riduzionistiche
del cosiddetto manuale DSM (giunto ormai, con la IV edizione, alla sua più
esasperata degenerazione operazionistica e behavioristica).
Grazie all’operazionismo funzionalistico cui si ispira il suddetto manuale,
sarà possibile inquadrare in termini di "diagnosi clinica" e, pertanto, di
vera e propria "malattia mentale", qualsiasi "disturbo" psicopatologico,
dato che, programmaticamente, la diagnosi differenziale tra psicosi e
psicopatie non dovrebbe essere più considerata necessaria per la clinica
psichiatrica.
Con l’omologazione di ogni quadro clinico (sia di ordine psicotico, che di
ordine psicopatico), nella formula della "diagnosi" e della "malattia
mentale", non si vede su quali basi epistemologiche potrebbe introdursi una
differenziazione delle strutture residenziali in funzione di un’assistenza
terapeutica sistematica e differenziata.
Come stupirsi che, in tale condizioni, le "nuove" strutture residenziali
riproducano, su scala ridotta, gli stessi vizi dei vituperati manicomi?
(Nell’ambiente psichiatrico genovese queste "nuove" strutture sono già da
tempo denominate "Quartini").
Come pensare che, persistendo l’attuale analfabetismo epistemologico,
possano migliorare le condizioni per un’adeguata assistenza clinica, magari
facendo ricorso all’alchimia dei numeri, anziché ad un’adeguata metodologia
psicopatologica, (dato che, com’è noto, secondo l’alta cultura dell’acca-
demia psichiatrica, "dell’epistemologia, in psichiatria, non c’è bisogno")?

In tali condizioni, suonano alquanto grottesche le conclusioni cui giunge il
documento SIP:

"Già oggi purtroppo in alcune di queste strutture si ritrovano realtà
simili a quelle dei vecchi manicomi, per la concentrazione dei
pazienti, la spersonalizzazione, l’incuria e l’abbandono. Aumentare
il numero dei posti in ciascuna di queste strutture fino a 50, con
possibilità di accorpamento di più strutture, come una delle proposte
di legge in discussione prevede, e accentuarne la natura
custodialistica a spese della connotazione socio-riabilitativa, come
fanno entrambe le proposte di legge, non farebbe altro che aumentare
il rischio della riproduzione di realtà manicomiali".

Con buona pace dei bramini insipienti del sapere accademico, il problema
clinico delle strutture psichiatriche residenziali non si risolve affatto
con la strategia ragionieristica dei numeri (reparti da 20 o 50 posti),
bensì con una metodologia clinico-diagnostica e con un progetto didattico
per la formazione di medici (specialisti e non) che siano all’altezza della
più avanzata psicopatologia classica e della sua impostazione
epistemologica.
Tutto ciò comporterebbe però, per l’attuale psichiatria accademica, la
necessità di un profondo rinnovamento, non solo scientifico e didattico, ma
anche, e soprattutto, etico, che si dubita possa essere promosso dalle
attuali consorterie di potere, i cui più consolidati interessi colludono con
la gestione a circuito chiuso di privilegi nepotistici, con l’analfabetismo
epistemologico, con le legittimazioni abusive incrociate, con le
adulterazioni concorsuali, con le lottizzazioni e i voti di scambio, con le
copiature e i plagi dei lavori "scientifici", con le mercificazioni della
nosografia psicopatologica, con la massificazione indifferenziata
dell’assistenza psichiatrica, con la confusione dei ruoli operativi, ecc.,
ecc.
Una riforma della legge per l’assistenza psichiatrica che, ancora una volta,
dovesse ignorare i fondamenti epistemologici delle discipline
psicopatologiche, psichiatriche e psicoterapeutiche, per ridursi al consueto
gioco dei numeri, gravitante attorno allo squallido mercato della
distribuzione di posti, di "risorse" e di patacche ai vassalli, valvassori e
valvassini delle satrapie accademiche, politiche e burocratiche, è
destinata, come già per il passato, al più miserando fallimento.
In una discussione come quella attuale, riguardante l’ordinamento
legislativo di una disciplina specialistica, qual è la psichiatria, la
priorità assoluta dovrebbe essere riservata agli aspetti scientifici,
epistemologici e didattici, rispetto ai quali tutti gli altri sono
conseguenti.
Disperdersi in questioni ideologiche, partitiche, ragionieristiche o,
addirittura, personalistiche, significa lasciarsi sfuggire un’ulteriore
occasione per conferire un serio ordinamento alla nostra disciplina.
Presumere di discutere un progetto di legge per l’ordinamento di attività
professionali ignorandone i fondamenti scientifici, epistemologici e
didattici, è destinato a risolversi nella solita burla all’italiana.

Per gli eventuali approfondimenti, si rinvia ai riferimenti bibliografici.

Riferimenti bibliografici:

G.G.Giacomini (intervista a V.G.Jorizzo): RIFORMA PSICHIATRICA E
LEGGE "180", in "Psicoterapia Professionale" AA IX-XI, 1994.
G.G.Giacomini: IL FALLIMENTO DELLA PSICHIATRIA ACCA-
DEMICA ITALIANA E IL PROBLEMA DEL METODO IN
PSICOPATOLOGIA E IN PSICOTERAPIA, in "Psicoterapia
Professionale" AA IX-XI, 1994.
G.G.Giacomini: IL MANUALE "DIAGNOSTICO" E "STATISTICO"
DSM III-IV: ANALFABETISMO EPISTEMOLOGICO, NICHI-
LISMO METODOLOGICO E INSIPIENZA CLINICO-DIA-
GNOSTICA IN PSICOPATOLOGIA, in "Psicoterapia Professio-
nale" AA IX-XI, 1994.
G.G.Giacomini: LA PSICHIATRIA FUNZIONALISTICA E IL PRO-
BLEMA DEL METODO IN PSICOPATOLOGIA, in "Psicoterapia
Professionale" AA IX-XI, 1994.
G.G.Giacomini: IL PROBLEMA DELLE PSICOPATIE NELLA PSICO-
PATOLOGIA STRUTTURALISTICA, in "Psicoterapia Professionale"
AA VII-VIII, 1991
G.G.Giacomini: PSICOPATOLOGIA CLINICA, DIAGNOSI PSICHIA-
TRICA, TIPOLOGIA DELLE PSICOPATIE, TEORIA DELLA PER-
SONALITA’ E GIUSTIFICAZIONE DELLA PSICOTERAPIA, IN
UN INQUADRAMENTO DIALETTICO. RIFERIMENTI ALLA
TAVOLA EPISTEMOLOGICA UNIVERSALE (TEU),
in "Psicoterapia Professionale", AA. XII-XIX, 2001.
G.G.Giacomini: TAVOLA EPISTEMOLOGICA UNIVERSALE,
in "Psicoterapia Professionale" AA IX-XI, 1994.
G.G.Giacomini e V.Marino: UN PLAGIO IMPUNITO: UN GIUDIZIO DELLA
SOCIETA’ SVIZZERA DI PSICHIATRIA. LO SFACELO DELL’UNIVER-
SITA’ ITALIANA NELLA DIDATTICA E NELLA RICERCA.
in "Psicoterapia Professionale", AA. XII-XIX, 2001.
O.J.Ruda: TEORIA E PRASSI DEL BEHAVIORISMO RADICALE, in
"Psicoterapia Professionale", A.V, 1988; A.VI, 1989; AA.IX-XI, 1994.
O.J.Ruda: IL PROBLEMA EPISTEMOLOGICO NELLA PSICOLOGIA NORD-
AMERICANA DEL NOSTRO TEMPO: LA CONCEZIONE DI B.F.SKINNER.
in "Psicoterapia Professionale", AA. XII-XIX, 2001.


P.S.: I colleghi che desiderassero ricevere l’articolo: RIFORMA PSICHIATRICA
E LEGGE "180" potranno richiederlo via e-mail all’indirizzo:
giacomin@libero.it

Sono anche disponibili i seguenti articoli:
- IL MANUALE "DIAGNOSTICO" E "STATISTICO" DSM III-IV: ANALFABE-
TISMO EPISTEMOLOGICO, NICHILISMO METODOLOGICO
E INSIPIENZA CLINICO-DIAGNOSTICA IN PSICOPATOLOGIA
- UN PLAGIO IMPUNITO: UN GIUDIZIO DELLA SOCIETA’ SVIZZERA
DI PSICHIATRIA.
- IL PROBLEMA EPISTEMOLOGICO NELLA PSICOLOGIA NORD-
AMERICANA DEL NOSTRO TEMPO.

G.Giacomo Giacomini - Psichiatra psicoterapeuta
Direttore dell’Istituto per le Scienze Psicologiche
e la Psicoterapia Sistematica
- CESAD - Centro Studi per l’Analisi Dialettica
Direttore della Rassegna:
"Psicoterapia Professionale - Professional Psychotherapy"
16121 Genova - Via A.M.Maragliano, 8/5
Tel/Fax:             010/580903       - e-mail: giacomin@libero.it
Internet: http://www.alger.it/istpsico