Confronti e polemiche

 

PRESENTAZIONE
 
 
In questa rubrica vengono riportati dibattiti e polemiche che si sono svolti, con la nostra diretta partecipazione, come Istituto CESAD e come SIMPSI, su altre riviste (telematiche e non) e su alcune mailing-list di carattere professionale, intorno a varie tematiche di ordine psicopatologico, clinico, psicoterapeutico, nelle quali le divergenze metodologiche si presentano ancor oggi, così come nei passati decenni, profonde e spesso inconciliabili, soprattutto a causa dell’analfabetismo epistemologico tuttora dominante nelle nostre discipline, sia sul piano accademico che su quello professionale.
 

 

 

LA DIAGNOSI PSICOPATOLOGICA DIFFERENZIALE
E LA CRISI
DELL’ASSISTENZA PSICHIATRICA


—– Original Message —–
From: "Anna Fubini" <
a_fubini@LIBERO.IT>
To: <
PM-SMC@LISTSERVER.SICAP.IT>
Sent: Monday, June 07, 2010 6:25 AM
Subject: Re: [PM-SMC] sul lavoro di comunità: comunità come collettività e
grande opportunità DIAGNOSTICA


……….
Coglievo  l’occasione della discussione in corso per rivolgermi
direttamente a professionisti esperti, come
chi lavora nelle Comunità, e proporre loro una ben
precisa RICHIESTA, invece troppo spesso disattesa da parte delle più varie
sedi e circostanze.

…… non mi pare un lavoro inutile cercare di mettere in atto
ogni accorgimento di DIAGNOSI DIFFERENZIALE.


COMMENTO

Il fatto che il problema della diagnosi psicopatologica differenziale
corrisponda
ad una richiesta fondamentale non soltanto dell’assistenza in comunità,
ma di TUTTA la psichiatria, ad ogni livello (teoria, ricerca, clinica,
didattica, professione, ecc.) è stato segnalato ufficialmente dalla
SIMPSI- Società Italiana Medici Psicopatologi e Psicoterapeuti -
sin dal 1985 ( v. comunicazione al XXXVI Congresso della SIP-
Società Italiana di Psichiatria, Milano, ottobre 1985) ed è stato
puntualmente ribadito, negli anni successivi, sino ad oggi, sia
attraverso i lavori scientifici pubblicati su "Psicoterapia Professionale",
Rassegna dell’Istituto CESAD, sia attraverso numerosi articoli e
lettere aperte  pubblicati su diversi bollettini degli Ordini dei Medici
di tutta Italia (allego il testo di una di queste lettere aperte,
di seguito a questo commento), sia attraverso comunicazioni
 in convegni, simposi e tavole rotonde ( l’ultima tavola
rotonda, sulle personalità psicopatiche e sulla psicopatologia clinica
di K.Schneider, è stata tenuta a Genova, nella sede del nostro Istituto,
il 28 ottobre del 2009).
Chi fosse interessato a questa problematica potrà trovare
la relativa documentazione, di ordine scientifico e professionale, nel
sito Internet del nostro Istituto CESAD:
www.istpsico.it.
( Una sintesi dei trentennali dibattiti sostenuti dalla SIMPSI su
questo argomento sarà inoltre presto disponibile su un volume
di prossima pubblicazione, a cura del nostro Istituto :
"Psicopatologia Sistematica e Metodo Dialettico" ).

E’ necessario, in proposito, precisare ancora una volta che, se
questa richiesta fondamentale di diagnosi psicopatologica differenziale
viene sistematicamente "disattesa da parte delle più varie
sedi e circostanze", ciò non dipende da inadeguatezze legislative
(recenti o remote), ma da una lacunosa formazione psicopatologica
 del medico che, nel corso dei suoi studi universitari (generici e
specialistici) riceve un insegnamenhto psichiatrico basato esclusivamente
sul famigerato manuale operazionistico DSM.
L’impostazione grossolanamente pragmatistica di questo manuale fa sì
che venga inquadrato nel concetto categoriale di "malattia mentale"
(cioè di "psicosi") ogni manifestazione comportamentale che arrechi
"disturbo" all’individuo e/o alla società.
Conseguentemente, vengono fatti rientrare in questa categoria
non solo i quadri clinici psicopatologici dipendenti da accertate o
probabili cerebropatie ( intossicazioni, anemie, disfunzioni circolatorie,
processi degenerativi, neoplasie, ecc.), ma anche le psicopatie
(personalità psicopatiche e sviluppi psicopatici) che, secondo
la definizione di K.Schneider, "nè oggi, nè mai, potranno essere
 ricondotte a malattie".
Per quanto la diagnostica psicopatologica differenziale tra psicosi
e psicopatie sia stata chiaramente definita già nei primi decenni del
secolo scorso ( la 1a edizione della  "Psicopatologia Generale" di
K.Jaspers risale al 1913, mentre la "Psicopatologia Clinica" di
K.Schneider è nata nel 1934), essa è stata da sempre sostanzialmente
ignorata, ad ogni livello (scientifico, epistemologico, clinico, didattico),
dalla psichiatria accademica italiana, la quale, inoltre, negli ultimi
decenni, ha adottato, incondizionatamente ed acriticamente, la
manualistica "ateoretica" DSM.

Una delle più eclatanti conseguenze di questa sudditanza DSM è
l’uso grossolanamente funzionalistico e "ateoretico" dei concetti
di "psicosi", di "diagnosi" e di "malattia mentale", per cui
anche una personalità psicopatica che presenti un comportamento
più o meno gravemente disadattato viene ad essere "diagnosticata"
(con etichette varie, quali "distimia", "depressione maggiore",
"personalità borderline", ecc.) come una "psicosi cronica"
e, come tale, "curata" con trattamenti "terapeutici"
di ordine psichiatrico, nè più e nè meno di quanto
accadeva negli ospedali psichiatrici di esecrata memoria.
Occorre aggiungere che, nel corso di questi ultimi decenni,
il nostro impegno, come SIMPSI e come Istituto CESAD,
per una migliore formazione culturale e professionale del medico
in campo psicopatologico (e, in particolare, nella diagnostica
psicopatologica differenziale) è stato sistematicamente osteggiato
dalle autorità accademiche, con la complice indifferenza
di larga parte della categoria medica.
Non è di molto costrutto lamentare gli attuali disastrosi guasti
della psichiatria, rifiutandosi, ancor oggi,
di esaminarne criticamente le cause.

G.Giacomo Giacomini
Presidente SIMPSI


 

ALLEGATO

S I M P S I
SOCIETA’ ITALIANA MEDICI

PSICOPATOLOGI E PSICOTERAPEUTI

SEDE NAZIONALE

16121 Genova – Via A.M. Maragliano, 8/5 – Tel/Fax 010/580903

Internet: www.istpsico.it   e-mail: giacomin@libero.it

 

 


AGGIORNAMENTI  CULTURALI

 

 
A tutti i Presidenti degli Ordini dei Medici


A tutti i Colleghi
 

Genova,  dicembre 2009 
 
 
RITORNARE ALLA PSICOPATOLOGIA CLASSICA: PERCHE’ ?


Una tavola rotonda, a Genova, sulla psicopatologia clinica di Kurt Schneider.

 In una recente tavola rotonda, svoltasi a Genova, in onore del celebre psichiatra Kurt Schneider *, è stato auspicato un ritorno alla psicopatologia classica ed ai suoi criteri clinici e diagnostici.
E’ ben noto come, già da diversi decenni, questi criteri siano stati snaturati dall’introduzione, in psichiatria, a livello internazionale, tanto nella ricerca e nella didattica universitaria, quanto nella clinica e nell’assistenza istituzionale, del controverso manuale DSM ( Manuale Diagnostico Statistico dei disturbi mentali, nelle sue successive versioni: I, II, III, IV ). Tale manuale è stato presentato, dai suoi sostenitori, come lo strumento pragmaticamente più efficiente per risolvere i dibattuti problemi della diagnostica psichiatrica, al di là della disparità di teorie, metodologie e linguaggi, esistente, sin dalle sue origini, nella psicopatologia moderna.
Ma quali sarebbero le soluzioni proposte dal manuale DSM  per i problemi della clinica psichiatrica?
Si può dire, innanzi tutto, che, con la sua impostazione dichiaratamente “pragmatica” ed esplicitamente “antiteoretica”, il manuale DSM venga ad assumere un atteggiamento semplicistico, molto simile a quello che caratterizza l’uomo comune di fronte alla malattia.
In realtà, per il profano digiuno di conoscenze mediche, la condizione di malattia coincide con lo stato di sofferenza percepita soggettivamente e con tutte quelle limitazioni delle funzioni fisiche e mentali che ad esso si accompagnano.
“Mi sento male” è generalmente, per il paziente, sinonimo di malattia, ma è anche, non di rado, motivo di disaccordo e di polemica con il medico curante. In effetti, quest’ultimo, in base alla sua preparazione scientifica e professionale, sa che non sempre sofferenza e disturbo sono sintomo di malattia  e che uno stato di disagio fisico o mentale denunciato dal paziente non sempre trova riscontro in una “reale” condizione morbosa, e viceversa.
Questa divergenza del punto di vista del medico rispetto a quello del paziente dipende dal fatto che il medico, in ragione della sua formazione scientifica naturalistica, è stato istruito a considerare come autentica “malattia” soltanto ciò che è sperimentabile e quantificabile come abnorme in base a rigorosi criteri obiettivi, che trovano il loro punto di riferimento nelle scienze fisio-biologiche, quali l’anatomia patologica, la chimica e la fisica.
Perciò, nessun medico che eserciti seriamente la sua professione penserà mai di considerare un disordine funzionale come una dispnea, o una febbre, o una tachicardia, o una mialgia, o un senso di angoscia, ecc., come una “malattia “ in quanto tale, ma piuttosto si interrogherà  in merito alla possibilità che queste disfunzioni e disagi possano costituire “segni” o “sintomi” di uno stato patologico, il cui fondamento dovrà tuttavia essere individuato sul terreno fisico-somatico e sul quale dovrà pertanto basarsi la diagnosi clinica di malattia. In base alla propria cultura scientifica, il medico sa che questo criterio diagnostico differenziale tra un quadro clinico fondato su un reperto somatico e un quadro clinico che ne è privo è di primaria importanza dal punto di vista metodologico e terapeutico. Infatti, nel primo caso sarà possibile adottare una metodologia naturalistica di spiegazione causale e programmare una corrispondente terapia specifica contro le cause patogene; nel secondo caso, invece, di fronte ad un evidente scarto psico-somatico tra l’entità della sofferenza soggettiva e l’esiguità ( o l’assenza ) del reperto organico, resterà aperto l’interrogativo se sia possibile reperire una metodologia in grado di soddisfare le nostre esigenze di una spiegazione scientifica.
 
Queste premesse elementari sono necessarie per comprendere sino a qual punto il manuale DSM, in relazione alla psicopatologia,  pretenda di stravolgere le norme basilari del ragionamento clinico.
In effetti, quando, nelle sue classificazioni cliniche, presenta sindromi e sintomi tipici della psicopatologia classica, quali l’ansia, la depressione, le fobie, le coazioni, le idee ossessive, o le personalità abnormi, ecc. il suddetto manuale non stabilisce alcun serio criterio di diagnostica psicopatologica differenziale tra quei casi in cui tali sindromi siano correlate con reperti somatici patologici e quei casi in cui una tale correlazione risulti assente.
Accade così che, mentre nella psicopatologia classica ( soprattutto nella sua versione più moderna, che fa capo principalmente ad autori quali K.Jaspers e K.Schneider ), conformemente a quanto statuito dalla clinica medica, nessuna reale diagnosi di malattia risulta legittimabile, qualora le manifestazioni psichiche abnormi non siano riferibili ad un ben obiettivabile  fondamento somatico, nel caso del manuale DSM, invece, anche i quadri sindromici privi di un tale fondamento ( quali ansia generalizzata, disturbo ossessivo-compulsivo, distimie varie, comportamenti di personalità abnormi, ecc.) vengono “diagnosticati” come entità morbose e malattie mentali di interesse psichiatrico.
Questa indebita estensione del concetto di malattia al livello sindromico, da parte del DSM,  conduce, da un lato, ad una adulterazione di tale concetto, che, dalla sua formulazione scientifica, viene degradato a quella, volgarizzata, dell’uomo comune, mentre, dall’altro lato, ci riporta ad una visione manicomiale della malattia mentale, la cui “diagnosi” viene basata su criteri di disadattamento e di “disturbo” rispetto agli ordinamenti ed alle convenzioni dell’ambiente sociale.
 
D’altra parte, la moderna psicopatologia classica, mentre nega alle sindromi di tipo psicopatico lo statuto di “malattia mentale” e di “entità nosografica”, riconosce la loro autonomia metodologica, conforme al principio della comprensione (
Verstehen
), inquadrandole nella problematica della personalità e della sua dialettica.
Al contrario, con il suo radicale misconoscimento dei criteri di diagnostica differenziale della moderna psicopatologia classica, - per la quale le alterazioni psichiche non riconducibili ad un fondamento neurobiologico non possono, né debbono, essere qualificate come “malattie” o “entità nosografiche”, ma sono da inquadrarsi nella problematica della psicopatie e delle personalità psicopatiche, - il DSM si rende anche responsabile della più grave adulterazione dello stesso concetto di personalità, cui viene negata quell’autonomia metodologica che già le era stata garantita, da parte di K.Jaspers e di K.Schneider, con l’introduzione, in psicopatologia, del principio della comprensione ( o
Verstehen, pertinente alla soggettività ed alla sua dialettica interiore), in contrapposizione al principio naturalistico della spiegazione ( o Erklaeren
, attinente alla categoria nosografica delle psicosi).
Occorrerà, al riguardo, sottolineare che, in assenza del riconoscimento, alla problematica della personalità, di una sua autonomia metodologica fenomenologico-dialettica, non sarà neppure possibile conferire un fondamento sistematico alla teoria della psicoterapia e dei trattamenti psicoterapeutici e psicopedagogici, che verranno pertanto ridotti a pure operazioni empiriche di condizionamento per la modifica automatizzata dei comportamenti esteriori, in funzione di un adattamento standardizzato dell’organismo alle richieste dell’ambiente esterno.

Il ritorno ai criteri metodologici della psicopatologia classica, quali sono stati formulati, nella loro versione più moderna, sul piano teoretico e clinico, da autori quali K.Jaspers e K.Schneider, è dunque la condizione indipensabile e indilazionabile per il superamento della grave crisi in cui si trova la psichiatria contemporanea, sia come didattica  universitaria per la formazione psicopatologica del medico, sia per quanto  concerne un’adeguata assistenza specialistica fondata su una corretta diagnostica psicopatologica differenziale.
 
G.Giacomo Giacomini
Presidente SIMPSI

 

* La tavola rotonda è stata tenuta il 28 Ottobre 2009, nella sede dell’Istituto CESAD - Centro Studi per l’Analisi Dialettica, in via Anton M. Maragliano 8, con il seguente programma:

 

 LA PSICOPATOLOGIA FENOMENOLOGICA DI KURT SCHNEIDER: UNA SVOLTA STORICA NELLA PSICHIATRIA CONTEMPORANEA

Relatori:

Riccardo Dalle Luche: “ Le Personalità Psicopatiche” di Kurt Schneider

G.Giacomo Giacomini: Tradizione e rivoluzione nella psicopatologia di K.Schneider: metodo della spiegazione e metodo della comprensione. Personalità psicopatiche, psicosi e diagnosi psicopatologica differenziale.

Pantaleo Fornaro: Segni, sintomi ed esperienza vissuta nel Delirium

Natale Calderaro: " Le Personalità Psicopatiche" di K.Schneider: questioni metodologiche e aspetti clinici.




 

—– Original Message —–
From: G. G. Giacomini
To: PM-SMC@LISTSERVER.SICAP.IT
Sent: Saturday, March 07, 2009 11:31 PM
Subject: Re: [PM-SMC] Res: [PM-SMC] Riforma 180: rispostine, peluzzi e giochini
 
SIMPSI

SOCIETA’  ITALIANA MEDICI
PSICOPATOLOGI E PSICOTERAPEUTI

SEDE NAZIONALE
16121 Genova - Via A.M. Maragliano,
8/5 - Tel/Fax 010/580903
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www.istpsico.it
 
Pensare che possa esservi un’equivalenza tra il concetto schneideriano di personalità psicopatica e quello di "disturbi di personalità" secondo il manuale DSM è assolutamente improponibile, così come è del tutto fuor di luogo qualsiasi  paragone tra la diagnosi differenziale tra psicosi e psicopatie secondo la psicopatologia schneideriana e quella tra "disturbi  psicotici" e "disturbi di personalità" secondo la psicopatologia del manuale DSM.
Purtroppo non è facile far comprendere a chi rifiuti ogni criterio di critica metodologica che in psicopatologia (e,  in generale, in psichiatria, psicologia, psicoterapia, ecc.) termini e concetti, apparentemente uguali o simili nell’ uso comune, non hanno in realtà lo stesso significato, quando vengano impiegati nell’ambito di sistemi dottrinari di diversa impostazione epistemologica.
Sotto questo profilo, uno dei concetti più controversi è, come a tutti ben noto, quello di "personalità".
E, sempre sotto questo profilo, non è corretto pensare che le differenze di significato debbano corrispondere a criteri di ordine fantapolitico, secondo i quali concetti come "personalità", o "diagnosi psicopatologica differenziale" , o altro, sarebbero, con l’avvento della psicopatologia DSM, divenuti "più democratici", mentre, nella psicopatologia di uno Jaspers o di uno Schneider, sarebber stati basati sul principio di autorità e sul "verbo " del maestro.
In realtà esistono ben altri criteri, di ordine epistemologico ( che la critica razionale di quei maestri ha contribuito a definire), per individuare i caratteri differenziali che vengono ad assumere tali concetti, quando siano usati in contesti psicopatologici fondati su diverse metodologie.
 
Non è dubbio che, in ragione della propria metodologia operazionistica,  la psicopatologia del DSM ci proponga un  concetto di personalità estremamente semplice, perchè esclude ogni riferimento all’esperienza interiore del soggetto: per una tale psicopatologia, per definire la personalità sarebbe necessario e sufficiente fare riferimento a quegli automatismi comportamentali attraverso i quali l’organismo trova il suo abituale adattamento all’ambiente esterno; in questo senso, i "disturbi"  della personalità corrisponderebbero a disfunzioni di tali abituali meccanismi neurobiologici di adattamento ambientale. Di conseguenza, la "terapia", per una simile "patologia", consisterebbe nel ripristino delle abituali funzioni di adattamento dell’organismo al suo ambiente. Sotto questa prospettiva, la metodologia delle evidenze empiriche, in quanto analisi dei comportamenti esteriori,  sarebbe del tutto idonea per lo studio della "personalità", della sua "patologia" ( intesa come "disturbi" dell’adattamento) e per la "terapia " di tale "patologia".
 
Ben diversa è l’impostazione metodologica di una psicopatologia fenomenologica o dialettica, per la quale la problematica dell’interiorità soggettiva è inscindibile  dal concetto di personalità, che non sarà pertanto mai riducibile ad una serie di comportamenti esteriori empiricamente evidenziabili e statisticamente quantificabili.
Alla base di un simile concetto di personalità e delle sue condizioni abnormi e psicopatiche noi dovremo considerare la problematica dei sentimenti, la cui tipologia (e relativi criteri tipologici ) non sarà da riferirsi a fattori biologici o comportamentali, bensì all’interiorità soggettiva. Perciò, ad esempio, nella psicopatologia schneideriana, i sentimenti sono riferiti all’esperienza interiore dell’Io e le modalità secondo cui si esprimono non si esauriranno mai in automatismi esteriorizzati (una simile condizione corrisponderà ad una soppressione dei sentimenti autentici). In una simile prospettiva, pertanto, i sentimenti, come problematica autentica dell’Io e della personalità, non saranno fatti da "spiegare" secondo i criteri della mera osservazione empirica o della causalità naturalistica, bensì dovranno essere "compresi" in funzione di un’analogia con la nostra stessa interiorità, per la quale non saranno mai riducibili a fatti obbiettivabili e quantificabili. In questo senso, lo Schneider concepisce la personalità e le sue varianti abnormi e psicopatiche non in funzione di una vera psicopatologia, ma di una "patopsicologia", cioè di una psicologia dei sentimenti e delle loro varianti abnormi: gli psicopatici non corrispondono ad alcuna malattia mentale "diagnosticabile", nè a nulla di patologico; essi sono dei "timopatici", cioè abnormi del sentimento.
E’ evidente, pertanto, che, su queste basi epistemologiche, non sarà possibile stabilire alcuna analogia tra il concetto fenomenologico-dialettico di diagnosi psicopatologica differenziale e quello operazionistico tipico della manualistica DSM o ICD, così come neppure potrà coincidere, nelle due diverse concezioni psicopatologiche, lo stesso significato della "malattia mentale".
In effetti, dal punto di vista fenomenologico-dialettico, la diagnosi psicopatologica differenziale tra psicosi e psicopatie comporterà necessariamente una netta differenziazione qualitativa nella metodologia impiegata per lo studio e per il trattamento del caso esaminato: più precisamente tale metodologia si conformerà al principio della spiegazione naturalistica (ed ai suoi criteri di quantificazione statistica e di causalità neurobiologica) qualora sia dimostrabile ( o altamente attendibile) la presenza di una malattia cerebrale (psicosi fondabili su base somatica, psicosi endogene); qualora, viceversa, il caso in esame sia riconosciuto come pertinente alla categoria delle psicopatie (personalità psicopatiche e loro sviluppi), non riconducibile a patologie di ordine neurobiologico, non sarà legittimabile l’uso di metodologie naturalistiche, ma si dovrà fare ricorso alla metodologia della comprensione, riferendo i sentimenti e le esperienze soggettive alla problematica interiore dell’Io, come personalità. 
Ben diversa sarà la posizione di una psicopatologia di stampo DSM o ICD, per la quale l’unica metodologia scientificamente e clinicamente valida sarà sempre di ordine naturalistico e per la quale non esisteranno differenze qualitative o metodologiche tra "disturbi psicotici" e "disturbi di personalità", dal momento che anche a questi ultimi sarà pur sempre da attribuirsi un fondamento neurobiologico "patologico": è evidente che, in questo caso, non vi potranno essere differenze significative  tra i due ordini di "disturbi" per quanto riguarda i  criteri medodologici della ricerca, della clinica e dell’assistenza terapeutica.
 
Ovviamente, ognuno sarà sempre libero di scegliersi la psicopatologia che più corrisponde alle sue preferenze epistemologiche, ma, perchè questa scelta possa avere una sua giustificazione, occorrerebbe che almeno fosse criticamente consapevole delle metodiche e delle conseguenze pratiche che da tali preferenze derivano.
Nel caso in questione, è evidente che trattare la "personalità " e i cosiddetti "disturbi di personalità" secondo criteri metodologici di ordine comportamentistico e neuropatologico non comporta alcun reale differenziazione rispetto alle psicosi, cui si attribuisce un analogo fondamento neuropatologico: non stupisce perciò che, date queste premesse teoriche della manualistica DSM e ICD, anche sul piano pratico dell’assistenza e della  terapia, quei casi che nella psicopatologia schneideriana sono definiti come personalità psicopatiche e sviluppi psicopatici siano trattati alla stregua di patologie mentali. In effetti, nessun reale interesse può sussistere sul piano psicopatologico e patopsicologico, per un conflitto della personalità, quando si presupponga che sia riducibile a condizionamenti comportamentali o sia integralmente "spiegabile" in funzione di meccanismi neurobiologici e biochimici.
Esempi eclatanti di una simile metodologia sono i congressi della SOPSI, che, pur autodefinendosi come Società di Psicopatologia, promuove una ricerca che, ispirandosi alla manualistica DSM, riconduce ogni tematica psicopatologica o patopsicologica alla dimensione neurobiologica e neurofarmacologica.
 
 
L’aspetto più sconcertante di queste discussioni in lista, non è, peraltro, il fatto che vi possano essere divergenze di opinioni sulla scelta di questa o di quella psicopatologia,
ma che, ogni qualvolta si metta in rilievo come una scelta sensata e motivata debba comunque chiamare in causa problemi di ordine metodologico, immancabilmente insorgono, da ogni lato, rispostine, rispostacce, peluzzi nell’uovo, "faccette", ululati baluba e accuse di turbamento della pubblica quiete. Non sono mancati interventi che chiedevano ostracismi e ghigliottina in piazza per "l’erudito di turno" imputato di aver inventato, di sana pianta, diaboliche "gabbie" epistemologiche da cui ogni intelletto bennato dovrebbe definitivamente liberarsi.
 
Considerata la profonda coscienza critica ed autocritica che caratterizza le eminenze grigie della psichiatria nostrana, non meraviglia che tali eminenze rivolgano le proprie attese  di una riforma della propria disciplina scientifica, anzichè al proprio genio riformatore, a mitiche leggi onnicomprensive che provvidi legislatori dovrebbero prontamente varare, per riparare miracolosamente i guasti di cui proprio i nostri stessi geni sono i principali responsabili, ad ogni livello (scientifico, metodologico, accademico, didattico, professionale, assistenziale, ecc. ).
 
G.G.Giacomini
Presidente SIMPSI
 
 
—– Original Message —–
Sent: Monday, March 02, 2009 4:25 PM
Subject: [PM-SMC] Res: [PM-SMC] Riforma 180: rispostine, peluzzi e giochini.
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…. i DSM hanno rappresentato la transizione da un sistema basato sul principio di autorità e sul "verbo" del maestro ad un sistema più democratico basato sulle evidenze.
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