COMUNICATI SIMPSI

SIMPSI - SOCIETA’ ITALIANA MEDICI PSICOPATOLOGI E PSICOTERAPEUTI

SEDE NAZIONALE

16121 Genova – Via A.M. Maragliano, 8/5 – Tel/Fax 010/580903   

Internet: www.istpsico.it

e-mail: giacomin@libero.it

 

 

50° Anniversario della fondazione dell’Istituto CESAD

 

 

A tutti i Soci SIMPSI e AMPSI

A tutti i Colleghi

e p.c. Al Presidente FNOMCEO

Ai Presidenti

 

degli Ordini dei Medici

 

Genova, 20 Dicembre 2015

Caro Collega,

 

con il prossimo anno 2016 le nostre Associazioni SIMPSI e AMPSI celebreranno il 50° Anniversario della fondazione dell’Istituto CESAD per le Scienze Psicologiche e la Psicoterapia Sistematica - Centro Studi per l’Analisi Dialettica.

Come ben sai, la fondazione dell’Istituto CESAD, avvenuta a Genova, nell’anno 1966, nasceva dalla necessità di ordine scientifico, non più oltre prorogabile, di individuare, nel panorama caotico delle discipline psicologiche e psicopatologiche, un fondamento metodologico unitario, che risultasse specificamente pertinente, sotto il profilo logico, alla natura di tali discipline e nel contempo potesse corrispondere alle esigenze di una loro autenticazione scientifica.

Sin dalle prime ricerche del nostro Istituto doveva risultare evidente come la logica di tali discipline non potesse equipararsi a quella delle scienze naturali e come pertanto dovesse considerarsi incongruente, dal punto di vista epistemologico, il tentativo, inaugurato nella seconda metà del secolo XIX, soprattutto nell’ambito delle istituzioni accademiche, di ricondurre acriticamente le esperienze psicologiche e psicopatologiche alla metodologia di tali scienze.

D’altra parte, l’esame critico dei contributi di quelle scuole di pensiero, che rifiutavano, per lo studio delle nostre discipline, il metodo del riduzionismo naturalistico, rivendicando l’originalità e l’interiorità dell’esperienza psichica nei termini di una realtà soggettiva puramente intuitiva e alogica, doveva mettere in luce come, in ultima analisi, tale rifiuto venisse a fondarsi sul principio della trascendenza, che conduceva ad una visione ontologico-metafisica dell’essere psichico, in contrasto con le esigenze razionali dello spirito scientifico.

 

 

Contro ogni riduzionismo naturalistico ed in antitesi con ogni trascendenza ontologico-metafisica, la ricerca del nostro Istituto CESAD nel campo delle discipline psicologiche assumeva, sin dalle sue prime origini, l’orientamento metodologico dell’analisi dialettica attualistica, che poneva in primo piano la tematica della personalità interiore come esperienza fondamentale dell’autentica soggettività.

Nasceva, così, una rinnovata concezione del soggetto interiore come esperienza dell’Io in prima persona che, pur attraverso la problematica della dipendenza, persegue l’ideale della propria autonomia, costituendosi in una prospettiva storica universale, secondo la logica dialettica della contraddizione e della negazione dell’oggettualità naturalistica.

Questa rinnovata concezione dialettica del soggetto come personalità interiore trovava la sua prima teorizzazione nelle opere di G.Giacomo Giacomini "I fondamenti teoretici della psicologia contemporanea - Il problema della psicologia come scienza: dal naturalismo al criticismo" (Genova, 1969) e "Psicologia sistematica e metodo dialettico - Lezioni propedeutiche per una epistemologia della psicologia" (Genova, 1980).

Una tale fondazione dialettica e storica dell’esperienza psicologica e psicopatologica come teoria della personalità rendeva necessario un inquadramento delle nostre discipline psicologiche, personologiche, psicopedagogiche, psicopatologiche e psicoterapeutiche secondo i parametri della Tavola Epistemologica Universale.

In particolare, veniva dimostrato come, al di fuori di tali parametri, non è possibile pervenire ad una visione sistematica ed unitaria della dispersa e contraddittoria panoramica metodologica che caratterizza il mondo dottrinario delle nostre discipline, soprattutto di fronte alla necessità di una concreta integrazione, sia sul piano della dialettica teoretica, sia nel campo della prassi clinica, dei due principi della comprensione personologica e della spiegazione naturalistica, secondo i quali la psicopatologia classica (soprattutto attraverso i contributi di autori come K. Jaspers e K. Schneider) ha fondato la possibilità della diagnostica psicopatologica differenziale, in relazione alle due grandi categorie cliniche delle psicosi e delle psicopatie.

 

 

I contributi della ricerca scientifica dell’Istituto CESAD, culminati nella teorizzazione della Tavola Epistemologica Universale, hanno trovato la loro traduzione operativa nella campagna culturale e deontologica che le nostre Associazioni SIMPSI e AMPSI hanno condotto, nel corso della loro ormai trentennale esistenza, per la tutela della nostra professione e dei suoi fondamenti scientifici, clinici, didattici e deontologici.

In particolare, negli anni ‘80, per quanto concerne la psicoterapia ed il problema della sua istituzionalizzazione, i contributi scientifici dell’Istituto CESAD sono stati impiegati per la stesura di un organico progetto di legge, proposto dalle nostre Associazioni alle Istituzioni Ordinistiche ed approvato dalla FNOMCeO con delibera del 21/ 12/ 1988.

Sulla base di tali contributi, veniva riconosciuto, da parte delle Istituzioni Ordinistiche della Medicina, l’obbligo deontologico di fondare ogni trattamento psicoterapeutico professionale in funzione di rigorosi criteri di diagnostica psicopatologica differenziale, secondo i principi scientifici e clinici statuiti dalla psicopatologia classica.

In contrasto con ogni legittimo criterio di ordine scientifico, didattico, deontologico e professionale, le autorità accademiche, per interessi puramente commerciali, concedevano invece che, nonostante le prescrizioni presenti nella stessa legge 56/89 (Art.3, c.2), la costituzione e la direzione di istituzioni pubbliche e private per l’assistenza psicoterapeutica venissero illegittimamente conferite anche a figure professionali e pseudoprofessionali prive delle necessarie competenze di diagnosi psicopatologica differenziale, indispensabili per un corretto esercizio della psicoterapia e della psichiatria.

Nel quadro di questa battaglia scientifica e deontologica, condotta in contrasto con l’irresponsabile ostilità da parte dei potentati accademici, la posizione dell’Istituto CESAD, sostenuta dalle nostre associazioni, veniva legittimata dalla FNOMCEO e dagli Ordini dei Medici di tutta Italia, i cui Presidenti, nel corso del triennio 1992 - 1994, sottoscrivevano il testo di un Manifesto SIMPSI per la tutela della salute pubblica e delle qualifiche professionali della Medicina.

 

 

Negli stessi anni, l’Istituto CESAD, conformandosi ai criteri della Tavola Epistemologica Universale, elaborava il modello di un Corso quinquennale per la formazione dello psicoterapeuta professionale, che otteneva il riconoscimento ed il patrocinio della FNOMCEO

A seguito di tale riconoscimento, Corsi Culturali e Corsi Professionali corrispondenti a tale modello scientifico-didattico sono stati tenuti continuativamente, dalle nostre Associazioni, per 11 anni (dall’Anno Accademico 1984-85 sino all’Anno 1994-95), in molte città d’Italia (Milano, Genova, Padova, Verona, Vicenza, e altre), allo scopo prioritario di garantire una formazione psicopatologica del Medico, generico e specialista, secondo criteri clinici fondati sulla diagnosi psicopatologica differenziale, imprescindibili per qualsiasi attività di livello professionale nel campo della psicoterapia e della psichiatria.

A tale proposito, è d’obbligo ricordare come, già nel lontano 1985, a Milano, in occasione del XXXVI° Congresso della SIP - Società Italiana di Psichiatria le nostre Associazioni SIMPSI e AMPSI avessero presentato un progetto, elaborato dall’Istituto CESAD secondo i canoni della Tavola Epistemologica Universale, per il quale nei piani didattici della facoltà di Medicina avrebbe dovuto essere inserito un organico programma di formazione nelle discipline psicopatologiche e psicoterapeutiche secondo i principi della psicopatologia classica, soprattutto in relazione ai fondamentali compiti di diagnostica psicopatologica differenziale che il medico è chiamato a svolgere nella sua pratica professionale.

 

Ignorando completamente i contributi dell’Istituto CESAD e, in particolare, le acquisizioni della Tavola Epistemologica Universale, i potentati accademici, conformandosi incondizionatamente alla logica economicistica del profitto promossa dal cartello dalle Aziende farmaceutiche, hanno viceversa adottato senza riserve, sia nella ricerca scientifica, come nella pratica clinica, il Manuale statistico DSM, strumento pseudodiagnostico "ateoretico" privo di qualsiasi giustificazione epistemologica, in funzione del quale la psicopatologia dovrebbe ridursi ad una sorta di semeiotica operazionistica al servizio di una concezione puramente comportamentistica e pseudoneurologistica del disturbo mentale.

Con l’introduzione di un simile riduzionismo operazionistico nella clinica e nella ricerca scientifica, le autorità accademiche hanno così radicalmente abolito la fondamentale distinzione epistemologica, tipica della psicopatologia classica, tra la metodologia della spiegazione (Erklaeren) e la metodologia della comprensione (Verstehen), rendendo impossibile ogni differenziazione diagnostica tra psicosi e personalità psicopatiche, a tutto vantaggio di una ricettazione psicofarmacologica indiscriminata, patrocinata dalle aziende farmaceutiche.

Questa aberrante adulterazione della nosografia psicopatologica è stata resa possibile anche attraverso l’accreditamento di pubblicazioni pseudoscientifiche confezionate dagli uffici di propaganda delle aziende farmaceutiche e firmate, dietro adeguati compensi, da cattedratici universitari di notorietà internazionale.

In conformità a tale politica di oscurantismo epistemologico, sono stati adulterati, ormai da molti decenni, tutti i concorsi a cattedra per le nostre discipline, nei quali sono stati ostracizzati sistematicamente quegli studiosi che non fossero allineati con il riduzionismo operazionistico del manuale DSM, considerato ufficialmente come una sorta di termine di paragone imprescindibile per la qualificazione "scientifica" di qualsiasi ricerca psicopatologica.

 

 

 

E’ significativo che, malgrado l’esito fallimentare dei programmi scientifici e didattici perseguiti, per le nostre discipline, da parte dei potentati universitari, sia stato denunciato e analizzato, nelle sue implicazioni epistemologiche, ormai da molti decenni, dalla ricerca dell’Istituto CESAD ( si veda , in proposito, tra le ultime pubblicazioni dell’Istituto, l’opera "Psicopatologia Sistematica e Metodo Dialettico - Con rifweimenti alla Tavola Epistemologica Universale " , Pisa, 2011), soltanto in epoca recente tale fallimento sia stato ufficialmente riconosciuto dalla stessa psichiatria accademica, in occasione del Congresso SOPSI ( Società Italiana di Psicopatologia) dell’anno 2012, sia sotto il profilo didattico, in relazione alla formazione psicopatologica del Medico, sia sotto il profilo della diagnostica clinica e della ricerca scientifica.

In effetti, nel testo della presentazione del suddetto Congresso SOPSI 2012, troviamo scritto:

 

 

"Tra gli psichiatri italiani… si sta facendo strada la voglia di conoscere la psicopatologia. Una voglia che esprime… il bisogno di riaffermare la propria professionalità, affrancandola da una pratica quotidiana sempre più piatta e demotivante, il cui vocabolario professionale si è ridotto ad una decina di parole.

Questa "voglia di psicopatologia" è oggi sempre più condivisa anche dai ricercatori. La proposta di criteri diagnostici operativi [cioè operazionistici ndr] per i vari disturbi mentali era nata, 40 anni fa, dalla convinzione che la ricerca basata sull’uso di quei criteri ci avrebbe avvicinato all’identificazione dei fondamenti etiopatogenetici dei singoli disturbi. Oggi appare sempre più chiaro che quel progetto è fallito…

 

Solo riscoprendo l’insegnamento della psicopatologia si può trasmettere ai giovani la complessità e la ricchezza delle espressioni della patologia mentale, l’arte della diagnosi differenziale e la capacità di distinguere i disturbi mentali dal mero disagio esistenziale…"

 

 

 

Nonostante questa esplicita confessione del proprio totale fallimento, la psichiatria accademica non ha peraltro dimostrato di possedere, ancor oggi, un’autentica coscienza critica, quale avrebbe potuto conseguire soltanto attraverso il riconoscimento del proprio sostanziale analfabetismo epistemologico - dimostrato dalla sua persistente ignoranza, sino ai nostri giorni, dei fondamenti epistemologici della psicopatologia classica e della Tavola Epistemologica Universale - causa prima del proprio degrado teoretico, clinico e didattico.

In effetti, malgrado gli appelli dell’Istituto CESAD e delle nostre Associazioni, anche in occasione del 1° Centenario della pubblicazione dell’opera fondamentale di Karl Jaspers "Psicopatologia Generale", per un ritorno alla psicopatologia classica ed ai suoi valori scientifici, etici e professionali, non è stato dato di individuare, a tutt’oggi, nei programmi dei potentati accademici, alcun significativo mutamento, nè alcuna intenzione di aprirsi ad un reale dibattito critico che porti ad un confronto costruttivo per il superamento della drammatica condizione di degenerazione globale in cui versano attualmente le nostre discipline e la nostra professione

A tale riguardo, è significativo verificare come, mentre ignoravano del tutto una tale fondamentale ricorrenza, le nostre autorità accademiche salutavano deferenti l’ultima edizione del manuale operazionistico DSM, la cui natura truffaldina veniva denunciata, in contemporanea, proprio da Allen Frances, coordinatore della precedente edizione DSM IV.

 

 

 

E’ necessario ricordare, a questo punto, come nel nostro momdo accademico abbia acquisito una posizione dominante un orientamento programmatico inteso a ridurre gli stessi studi filosofici ed epistemologici al pensiero unico del riduzionismo operazionistico ed economicistico, in funzione di una visione puramente reflessologica e behavioristica del comportamento umano, di cui viene radicalmente ignorato il fondamento dialettico attualistico.

In questo contesto di progressivo imbarbarimento delle nostre discipline, anche la dottrina psicoanalitica ed i suoi fondamenti epistemologici vengono oggi legittimati come "scientifici" soltanto nella proporzione in cui siano riconosciuti traducibili nel linguaggio dell’operazionismo fisicalistico.

Sotto questo profilo, dobbiamo considerare altamente significativa l’imminente pubblicazione, da parte dell’Istituto CESAD, dell’opera "La crisi della psicoanalisi e dei suoi fondamenti epistemologici" (Roma, 2016), nella quale i contributi delle diverse scuole di psicoanalisi vengono inquadrati secondo i criteri della Tavola Epistemologica Universale: in tal modo, viene evidenziato il fondamento dialettico attualistico di tutti i più importanti concetti psicoanalitici, in funzione di una visione autenticamente universale della personalità umana.

 

 

 

Auspicando che, grazie agli ulteriori sviluppi della ricerca da parte del nostro Istituto CESAD, l’attuale fase di imbarbarimento epistemologico delle nostre discipline ed il conseguente degrado delle nostre discipline - imputabile al perdurante oscurantismo operazionistico dei nostri potentati accademici - possa al più presto essere superata, auguriamo a tutti i Soci e Colleghi un felice Anno Nuovo. .

Il Presidente SIMPSI e AMPSI

( G.Giacomo Giacomini )

 

 

 

Ps. Una copia del volume "La crisi della psicoanalisi e dei suoi fondamenti epistemologici - Psicoanalisi, metodo dialettico e Tavola Epistemologica Universale" di G. Giacomo Giacomini verrà inviata in omaggio a tutti i Soci SIMPSI e AMPSI in regola con il versamento delle quote sociali.

 

 

Ti raccomandiamo di far esporre la locandina della nostra Scuola di Specializzazione in Psicoterapia e Psicopatologia nella sede del Tuo Ordine professionale (All.1).

 

 

 

 

Non mancare di segnalare ai Colleghi anche i nostri Corsi culturali di Preiscrizione, gratuiti per i Soci SIMPSI e AMPSI (All. 2 e 3).

 

 

 

 

Ricordati di consultare e di segnalare ai Colleghi il nostro sito Internet: www.istpsico.it.

 

 

 

Su questo sito, tra l’altro, si possono visualizzare i filmati di molti dei più recenti incontri culturali di Preiscrizione. Si può accedere alla visualizzazione di questi filmati anche attraverso Youtube, su Canale di IstitutoCesad e su Giovanni Giacomo Giacomini.

In particolare, è ora disponibile il filmato riguardante Allen Frances, il coordinatore "pentito" del manuale DSM IV.

Potrai anche visualizzare i più recenti filmati relativi all’analisi critica integrale delle opere fondamentali di Karl Jaspers ("Psicopatologia Generale") e di Kurt Schneider ("Psicopatologia Clinica").

 

 

 

 

E’ anche disponibile in rete, a cura dell’Istituto CESAD, un nuovo portale per la celebrazione del primo Centenario della dialettica attualistica : www.dialetticaattualistica.it. Consultalo e consiglialo ai colleghi e agli amici.

 

 

 

 

Promuovi e diffondi tra i nostri Colleghi la conoscenza della nostra ultima pubblicazione " Psicopatologia Sistematica e Metodo Dialettico Con riferimenti alla Tavola Epistemologica Universale", Edizioni ETS, Pisa 2011, opera fondamentale per la formazione scientifica e professionale del medico psicoterapeuta (v. All. 4).

 

 

Ti chiediamo di comunicarci all’indirizzo Email giacomin@libero.it - se hai (o non hai) ricevuto il volume "Psicopatologia Sistematica e Metodo Dialettico" di G.Giacomo Giacomini , che viene inviato in omaggio a tutti gli iscritti in regola con il versamento della quota sociale.

 

 

 

 

Ti raccomandiamo di trasmetterci gli eventuali cambiamenti del tuo indirizzo postale, del numero di telefono e della tua E-mail.

 

 

 

Allegati: c.s.

 

 

 

 

 

 

 

La SIMPSI e l’AMPSI nel XXX° Anniversario della loro fondazione

S I M P S I
SOCIETA’ ITALIANA
MEDICI PSICOPATOLOGI
E PSICOTERAPEUTI
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A M P S I
ASSOCIAZIONE MEDICA
PER LA PSICOPATOLOGI A
E LA PSICOTERAPIA
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La SIMPSI e l’AMPSI nel XXX° Anniversario della loro fondazione

A tutti i Soci SIMPSI e AMPSI

A tutti i Colleghi

e p.c.   Ai Presidenti
degli Ordini dei Medici

al Presidente FNOMCEO

Genova, 30 Dicembre 2014
Caro Collega,

con il prossimo biennio 2015-2016 le nostre Associazioni SIMPSI e AMPSI celebreranno il XXX° Anniversario della loro fondazione.
Oggi più che mai, di fronte al devastante processo di degrado che, a tutti i livelli istituzionali
(accademico, scientifico, didattico, clinico, assistenziale, ordinistico, ecc,) attraversa le nostre discipline della psicopatologia, della psicoterapia e della psichiatria, ci è possibile verificare quanto fosse alle sue origini giustificata la nostra decisione di dar vita ad un movimento associativo che, nonostante le avverse circostanze imperanti, si assumesse il compito irrinunciabile di tutelare e di rivendicare i valori etici e culturali della nostra professione.
Sin dai primi tempi della loro costituzione, le nostre Associazioni SIMPSI e AMPSI, anche con la collaborazione scientifica e didattica dell’Istituto CESAD per le Scienze Psicologiche e la Psicoterapia Sistematica – Centro Studi per l’Analisi Dialettica, hanno condotto un’attiva ed organica campagna culturale e deontologica per la tutela della nostra professione e dei suoi fondamenti scientifici, clinici e didattici.
In particolare, nel quadro del dibattito relativo all’ordinamento giuridico della psicoterapia professionale e della professione di psicoterapeuta, le nostre Associazioni erano attivamente intervenute con un organico progetto di legge, elaborato dai propri Centri di Studi e di Ricerche, ed adottato dalla FNOMCEO con delibera del 21- 10- 1988.
Successivamente, in occasione dei nefasti eventi che hanno portato all’approvazione della legge 56/89 per la regolamentazione delle attività psicoterapeutiche, SIMPSI ed AMPSI hanno denunciato la grave violazione della nostra deontologia professionale, oltre che dei diritti dei cittadini alla tutela della propria salute psicofisica, dal momento che, nonostante le prescrizioni presenti nella stessa suddetta legge 56/89 (Art.3, c.2), la costituzione e la direzione di istituzioni pubbliche e private per l’assistenza psicoterapeutica veniva illegittimamente consentita, per interessi puramente commerciali, avallati anche dalle autorità accademiche, a figure professionali e pseudoprofessionali prive delle necessarie competenze di diagnosi psicopatologica differenziale, indispensabili per un corretto esercizio della psicoterapia e della psichiatria.
Questa battaglia deontologica e culturale, condotta malgrado la scriteriata opposizione delle autorità accademiche, otteneva la sua legittimazione da parte della FNOMCEO e degli Ordini dei Medici di tutta Italia, i cui Presidenti, nel corso del triennio 1992-1994, sottoscrivevano il testo del Manifesto SIMPSI per la tutela della Salute Pubblica e delle qualifiche professionali della Medicina.
Inoltre, negli stessi anni, il Centro Studi CESAD del nostro Istituto per le Scienze Psicologiche e la Psicoterapia Siatematica elaborava il modello di un Corso quinquennale per la formazione dello Psicoterapeuta Professionale, che otteneva il riconoscimento ed il patrocinio della FNOMCEO.
A seguito di tale riconoscimento, Corsi Culturali e Corsi Professionali corrispondenti a tale modello scientifico-didattico sono stati tenuti continuativamente, dalle nostre Associazioni, per 11 anni (dall’Anno Accademico 1984-85 sino all’Anno 1994-95), in molte città d’Italia (Milano, Genova, Padova, Verona, Vicenza, e altre), allo scopo prioritario di garantire una formazione psicopatologica del Medico, generico e specialista, secondo criteri clinici fondati sulla diagnosi psicopatologica differenziale, imprescindibili per qualsiasi attività di livello professionale nel campo della psicoterapia e della psichiatria.
A tale riguardo, occorrerà sempre ricordare come in occasione del XXXVI° Congresso della SIP - Società Italiana di Psichiatria – tenutosi a Milano nel 1985, le nostre Associazioni SIMPSI e AMPSI avessero proposto che nei piani didattici della facoltà di Medicina venisse inserito un organico programma di formazione nelle discipline psicopatologiche e psicoterapeutiche secondo i canoni della psicopatologia classica (quali sono stati definiti da Autori come Karl Jaspers e Kurt Schneider), soprattutto in relazione ai fondamentali compiti di diagnostica psicopatologica differenziale che il medico è chiamato a svolgere nella sua pratica professionale.
In contrasto con le nostre proposte, le autorità accademiche, sotto gli auspici delle aziende farmaceutiche, hanno viceversa adottato impudentemente sia nella ricerca scientifica, come nella pratica clinica, il manuale statistico DSM, strumento pseudodiagnostico "ateoretico" privo di qualsiasi giustificazione epistemologica, in funzione del quale la psicopatologia dovrebbe ridursi ad una sorta di semeiotica operazionistica al servizio di una concezione puramente comportamentistica e neurologistica del disturbo mentale.
Con l’introduzione di un simile riduzionismo operazionistico nella clinica e nella ricerca scientifica, le autorità accademiche hanno così radicalmente abolito la fondamentale distinzione epistemologica, tipica della psicopatologia classica, tra la metodologia della spiegazione (Erklaeren) e la metodologia della comprensione (Verstehen), rendendo impossibile ogni differenziazione diagnostica tra psicosi e personalità psicopatiche, a tutto vantaggio di una ricettazione psicofarmacologica indiscriminata, patrocinata dalle aziende farmaceutiche.
Questa aberrante adulterazione della nosografia psicopatologica è stata resa possibile anche attraverso l’accreditamento di pubblicazioni pseudoscientifiche confezionate dagli uffici di propaganda delle aziende farmaceutiche e firmate, dietro adeguati compensi, da cattedratici universitari di notorietà internazionale.
Allo stesso modo sono stati adulterati, ormai da molti decenni, tutti i concorsi a cattedra per le nostre discipline, nei quali sono stati ostracizzati sistematicamente quegli studiosi che non fossero allineati con il riduzionismo operazionistico del manuale DSM, considerato ufficialmente come una sorta di termine di paragone imprescindibile per la qualificazione "scientifica" di qualsiasi ricerca psicopatologica.
L’esito fallimentare dei programmi perseguiti, per le nostre discipline, dai potentati universitari, non solo è stato a più riprese analizzato e documentato dai nostri lavori di ricerca scientifica (si veda, al riguardo, tra le nostre ultime pubblicazioni, l’opera "Psicopatologia Sistematica e Metodo Dialettico", edizioni ETS), ma è stato esplicitamente riconosciuto, da questi stessi potentati, in occasione del Congresso SOPSI (Società Italiana di Psicopatologia) dell’anno 2012, sia sotto il profilo didattico, in relazione alla formazione psicopatologica del Medico, sia sotto il profilo della diagnostica clinica e della ricerca scientifica.
Si legge, al riguardo, nel testo di presentazione del suddetto Congresso SOPSI 2012:

"Tra gli psichiatri italiani… si sta facendo strada la voglia di conoscere la psicopatologia. Una voglia che esprime… il bisogno di riaffermare la propria professionalità, affrancandola da una pratica quotidiana sempre più piatta e demotivante, il cui vocabolario professionale si è ridotto ad una decina di parole.
Questa "voglia di psicopatologia" è oggi sempre più condivisa anche dai ricercatori. La proposta di criteri diagnostici operativi [cioè operazionistici – ndr] per i vari disturbi mentali era nata, 40 anni fa, dalla convinzione che la ricerca basata sull’uso di quei criteri ci avrebbe avvicinato all’identificazione dei fondamenti etiopatogenetici dei singoli disturbi. Oggi appare sempre più chiaro che quel progetto è fallito…
Solo riscoprendo l’insegnamento della psicopatologia si può trasmettere ai giovani la complessità e la ricchezza delle espressioni della patologia mentale, l’arte della diagnosi differenziale e la capacità di distinguere i disturbi mentali dal mero disagio esistenziale…"

Al di là di una simile autocritica di facciata, nulla peraltro è stato fatto, a tutt’oggi, da parte dei potentati universitari, per affrontare seriamente uno stato di crisi che, come è stato sin dagli inizi dimostrato da parte delle nostre Associazioni, nasce da un sostanziale analfabetismo epistemologico largamente diffuso proprio nell’ambito di quelle istituzioni accademiche che dovrebbero presiedere alla didattica ed alla ricerca scientifica in psicopatologia, in psicoterapia ed in psichiatria.
In effetti, nonostante gli appelli delle nostre Associazioni e dell’Istituto CESAD, anche in occasione del 1° Centenario della pubblicazione dell’opera fondamentale di K.Jaspers "Psicopatologia Generale", per un ritorno alla psicopatologia classica ed ai suoi valori scientifici, etici e professionali, non è stato dato di individuare, nei programmi dei potentati accademici, alcun significativo mutamento, nè alcuna intenzione di aprirsi ad un reale dibattito critico che porti ad un confronto costruttivo per il superamento della drammatica condizione di degrado in cui versano attualmente le nostre discipline e la nostra professione.
A tale riguardo, è significativo verificare come, mentre ignoravano del tutto una tale fondamentale ricorrenza, le nostre autorità accademiche salutavano deferenti l’ultima edizione del manuale operazionistico DSM, la cui natura truffaldina veniva denunciata, in contemporanea, proprio da Allen Frances, coordinatore della precedente edizione DSM IV.
Da parte nostra, nella stessa circostanza, abbiamo trasmesso, attraverso Internet, la prima integrale analisi critica, a cura dell’Istituto CESAD, sia della "Psicopatologia Generale" di Karl Jaspers, sia della "Psicopatologia Clinica" di Kurt Schneider, augurandoci che possa essere oggetto della più ampia discussione da parte di tutti i Colleghi interessati alla soluzione dei gravi problemi in cui si dibatte la nostra professione.
Nella fiducia che, malgrado le non lievi avversità, il nostro lavoro non sia stato vano e possa contribuire, in un prossimo futuro, al progresso delle nostre conoscenze scientifiche e delle nostre attività professionali, Ti invio i più cordiali auguri di un felice Anno Nuovo.

Il Presidente SIMPSI e AMPSI
( G.Giacomo Giacomini )


SOCIETA’ ITALIANA MEDICI

PSICOPATOLOGI E PSICOTERAPEUTI

SEDE NAZIONALE

16121 Genova – Via A.M. Maragliano, 8/5 – Tel/Fax 010/580903    

Internet: www.istpsico.it

e-mail: giacomin@libero.it


 COMITATO ETICO - SCIENTIFICO

PER LA REINTEGRAZIONE DELLA PSICOPATOLOGIA CLASSICA IN PSICHIATRIA


Manifesto programmatico



Al MIUR


Alla SIP

Alla FNOMCEO


Agli Ordini dei Medici


A tutti i Medici Psichiatri


A tutti i Colleghi 


Agli Organi di Stampa  

 



Il presente anno 2013, in cui si celebra il primo centenario della pubblicazione della "Psicopatologia Generale" di Karl Jaspers, si annuncia anche come la data della Va edizione del Manuale Statistico-diagnostico delle Malattie Mentali (DSM).

Nonostante da più parti, negli ambienti delle scienze psicopatologiche e psichiatriche, sia stata denunciata l’assenza di qualsiasi valido criterio epistemologico in merito alle metodiche di classificazione "diagnostica" impiegate da tale manuale, esso, ormai da molti decenni, è stato ufficialmente adottato, da parte della psichiatria accademica in Italia ( e non solo in Italia ), come termine di riferimento per la ricerca scientifica, per i concorsi nelle istituzioni universitarie ed ospedaliere, per la formazione scientifica e professionale del medico nelle università e nelle scuole di specializzazione, oltre che come parametro indiscusso della diagnostica psicopatologica, dell’assistenza psichiatrica e della prescrizione terapeutica psicofarmacologica.


La superficialità empirica e pragmatica, priva di ogni seria validazione scientifica, dei criteri pseudodiagnostici del suddetto manuale DSM, fondati sul più rozzo operazionismo, ha provocato una progressiva dequalificazione della diagnosi di "malattia mentale", resa indifferentemente ed arbitrariamente applicabile ai disordini psicotici e psicopatici, o addirittura a qualsiasi "disturbo" inerente al comportamento umano.


I rigorosi criteri diagnostici della psicopatologia classica sono stati sistematicamente ignorati

e abbandonati, così che, da un lato, è stato promosso un progressivo degrado della cultura e delle competenze della professione psichiatrica, mentre, dall’altro lato, grazie all’ipersemplificazionismo della diagnostica DSM, è stata incoraggiata la più indiscriminata ricettazione dei prodotti psicofarmacologici, in funzione dei massimi profitti da parte delle Aziende multinazionali dominanti nel mercato della chimica e del farmaco.


Da ormai molti decenni è universalmente noto come tale politica invasiva delle Aziende multinazionali nel campo della ricerca scientifica e della pratica professionale attinenti alla psichiatria ed alla psicopatologia abbia portato ad un vero e proprio imbarbarimento di tali discipline e ad un increscioso disfacimento dei valori etici della nostra professione.


Non solo in Italia, ma anche a livello internazionale, ormai da diversi decenni, è stato denunciato dai mezzi di comunicazione ( stampa quotidiana, riviste specializzate, TV, Internet, ecc.) come i diversi congressi e simposi dove, con la promozione delle società scientifiche e delle cliniche universitarie di psichiatria e di neurologia, vengono presentati e propagandati i diversi prodotti psicofarmacologici, siano largamente finanziati dalle suddette Aziende interessate alla loro illimitata diffusione, e come, con grande frequenza, in tali congressi, le stesse relazioni "scientifiche" ufficialmente sottoscritte anche dai più accreditati ricercatori, siano, in realtà, elaborate dagli uffici di propaganda delle stesse Aziende e controfirmate, dietro compensi con tariffario programmato, dai suddetti "ricercatori".


E’ evidente come questo aberrante fenomeno degenerativo, da lungo tempo conosciuto e bollato a livello internazionale come "professional prostitution", non giovi al buon nome della professione psichiatrica, nè costituisca una valida garanzia, per i cittadini, di una seria e competente assistenza specialistica.


Una simile condizione di profondo degrado delle istituzioni psichiatriche ad ogni livello ( accademico, assistenziale, scientifico, culturale, etico, professionale, ecc. ) è tanto più paradossale, in quanto nei tempi più recenti è stata pubblicamente ed ufficialmente denunciata proprio da quelle

stesse autorità accademiche che ne sono le più dirette responsabili.


Nel manifesto di presentazione del XVI Congresso della SOPSI - Società Italiana di Psicopatologia, risalente all’anno 2012, noi troviamo, in effetti, la più esplicita confessione del completo fallimento del progetto scientifico, didattico e professionale perseguito, ormai da oltre mezzo secolo, da parte della psichiatria accademica:


" Tra gli psichiatri italiani si sta facendo strada la voglia di conoscere o di riscoprire la psicopatologia. Una voglia che esprime il bisogno di riaffermare la propria professionalità, affrancandola da una pratica quotidiana sempre più piatta e demotivante, il cui vocabolario professionale si è ridotto a una decina di parole.


Questa "voglia " di psicopatologia è oggi sempre più condivisa anche dai ricercatori.


La proposta di criteri diagnostici operativi [cioè operazionistici – nota d.r.] per i vari disturbi mentali era nata, 40 anni fa, dalla convinzione che la ricerca basata su quei criteri ci avrebbe avvicinato all’identificazione dei fondamenti etiopatogenetici dei singoli disturbi.


Oggi appare sempre più chiaro che quel progetto è fallito.


Anzi, l’ipersemplificazione che si è accompagnata ai criteri diagnostici operativi ha fatto perdere l’essenza delle sindromi psichiatriche.


Da ciò il bisogno di riscoprire gli approcci psicopatologici classici….


Solo riscoprendo l’insegnamento della psicopatologia si può trasmettere ai giovani la complessità della patologia mentale, l’arte della diagnosi differenziale …."


Con tutta evidenza, dalle stesse parole di autodenuncia, da parte della psichiatria accademica, del totale fallimento dei suoi progetti professionali, scientifici, clinici e didattici, si evince che le principali origini di tale fallimento devono essere riconosciute nel più radicale analfabetismo epistemologico imperante nella ricerca e nella didattica della suddetta Accademia, in ragione del quale è stata per un intero secolo misconosciuta, in psicopatologia, la fondamentale distinzione tra il metodo della spiegazione (Erklaeren) e quello della comprensione (Verstehen), dalla quale dipende sia un’autentica teorizzazione dell’esperienza psicopatologica, in generale, sia, in particolare, la fondazione clinica della diagnosi psicopatologica differenziale, senza la quale è del tutto impossibile pervenire ad un serio ordinamento nosografico, così come ad un valido orientamento terapeutico in psichiatria.


Considerate le devastanti condizioni di degrado in cui, nell’attuale momento storico, vengono a trovarsi le discipline psichiatriche e psicopatologiche, i firmatari del presente Manifesto giudicano necessaria e indilazionabile la costituzione di un Comitato etico – scientifico per la Reintegrazione della Psicopatologia Classica in Psichiatria, cui debbano essere assegnati i compiti di:


1° - Valutare l’opportunità dell’abrogazione del manuale DSM e dei suoi criteri operazionistici, pseudodiagnostici e pseudoscientifici, come punto di riferimento per la didattica universitaria, dei concorsi universitari e ospedalieri, della ricerca scientifica e della diagnostica clinica, anche nel quadro di una restaurazione dei valori etici della disciplina psichiatrica, svincolata dagli interessi commerciali delle Aziende farmaceutiche;


2° - Restaurare i valori scientifici, etici e professionali della psicopatologia classica, con particolare riferimento ai contributi teoretici e clinici di quegli Autori cui sono dovuti i fondamentali criteri epistemologici della Diagnostica Psicopatologica Differenziale, imprescindibili per una fondazione scientifica, clinica e professionale delle discipline psichiatriche e psicopatologiche.


 

COMUNICATO STAMPA


Il I° Centenario della « Psicopatologia Generale » di Karl Jaspers

e il fallimento della psichiatria accademica italiana



A tutti i Soci SIMPSI e AMPSI


A tutti i Colleghi

                               e p.c. Ai Presidenti degli Ordini dei Medici


 

Genova, 10 Novembre 2012


Caro Collega,

 

nel prossimo anno 2013 ricorre il primo Centenario della pubblicazione della "Psicopatologia generale" di Karl Jaspers, testo fondamentale della nostra disciplina.


Una riflessione storico – critica su quest’opera capitale è oggi per noi tanto più indilazionabile, in quanto il suo secolare misconoscimento da parte della psichiatria accademica italiana è la ragione primaria del disastroso caos metodologico in cui versano attualmente le discipline psichiatriche, psicologiche, psicoterapeutiche e psicopedagogiche, nella teoria e nella prassi.


Da parte nostra, abbiamo, nel corso della nostra ultraquarantennale ricerca, costantemente evidenziato, sin dalle nostre origini, come l’evidente fallimento della psichiatria accademica italiana - da essa stessa esplicitamente denunciato nell’ultimo Congresso SOPSI 2012 - sia nella Ricerca, come nella Didattica e nella Clinica, non possa considerarsi un fatto casuale, ma, - com’ è ampiamente dimostrato e documentato anche dalla nostra recente pubblicazione " Psicopatologia Sistematica e Metodo Dialettico – Con riferimenti alla Tavola Epistemologica Universale ", Edizioni ETS, Pisa 2011, - sia da imputarsi ad un sostanziale analfabetismo epistemologico, per il quale è stato da sempre ignorato, da parte di tale psichiatria accademica, il significato metodologico e clinico della fondamentale distinzione tra la categoria fenomenologica della comprensione ( Verstehen ) e quella della spiegazione ( Erklaeren ), da cui dipende non solo la possibilità di definire i criteri clinici per un’autentica diagnostica psicopatologica differenziale, ma anche di costituire un’autonoma teoria della personalità e delle personalità psicopatiche.


L’analfabetismo epistemologico della psichiatria accademica italiana ha assunto caratteri tanto più profondamente degenerativi, da quando, in particolare, è stato adottato, come modello paradigmatico per la conoscenza psicopatologica, il cosiddetto Manuale DSM ( di cui, sempre nel prossimo anno 2013, si attende la quinta, sciagurata edizione ), il quale, grazie al suo crudo operazionismo radicale, ha portato, secondo quanto asserito dalla stessa SOPSI, alla formazione didattica di un medico, sia generico che specialista, "il cui vocabolario professionale si è ridotto ad una decina di parole".


Nonostante la denuncia del proprio totale fallimento, da parte dei rappresentanti della psichiatria accademica, non è ancor oggi dato di intravvedere in essi il barlume di una coscienza critica che li induca a riflettere sulla necessità di un serio confronto epistemologico tra l’aberrante metodologia operazionistica del manuale DSM e la metodologia fenomenologica del pensiero jaspersiano e dei suoi continuatori ( tra i quali è da ricordarsi soprattutto, per i suoi contributi nel campo della psicopatolologia clinica e delle personalità psicopatiche, il nome di Kurt Schneider).


In effetti, neanche nei programmi del nuovo Congresso SOPSI per il prossimo anno 2013 è possibile reperire un qualsiasi contributo che vada oltre la sullodata " psicopatologia delle dieci parole " targata DSM, associata alla consueta, onnipresente formula SOPSINDUSTRIA, patrocinata dalle Aziende farmaceutiche.


Di fronte ad un così drammatico degrado delle nostre discipline psicopatologiche, si presenta per noi tanto più inderogabile l’obbligazione di un ritorno all’insegnamento dei padri fondatori della psicopatologia classica e dei suoi valori scientifici, etici e professionali, che trovano oggi un ulteriore sviluppo ed una più sistematica teorizzazione attraverso la metodologia dialettica attualistica adottata dalla pluridecennale ricerca del nostro Istituto.


A tale riguardo, ricordiamo ancora che il prossimo anno 2013 è anche la data che contrassegna il primo Centenario della pubblicazione dell’opera di Giovanni Gentile "La Riforma della dialettica hegeliana", con la quale vengono definiti i fondamenti della dialettica attualistica, la cui metodologia è indefettibile per la formulazione di una coerente teoria della personalità e delle personalità psicopatiche.


Per la celebrazione di questo storico evento, è stato costituito un portale, a cura del nostro Istituto, al quale sono invitati a partecipare, con un loro contributo scientifico, tutti gli studiosi della dialettica attualistica (www.dialetticaattualistica.it).


Confidiamo che in un momento così grave per le sorti delle nostre discipline, la ricorrenza di eventi così significativi possa contribuire a risvegliare nelle nostre coscienze il culto per quei genuini valori scientifici, etici e professionali che ci sono stati tramandati dai nostri padri fondatori della psicopatologia classica, oggi offuscati dalla barbarie di oscuri interessi mercantilistici malauguratamente imperanti.


A Voi ed ai Vostri Cari i più cordiali Auguri di un felice Anno Nuovo


Il presidente SIMPSI e AMPSI

( Dott. G.Giacomo Giacomini )

 

 

COMUNICATO STAMPA

Per un ritorno alla psicopatologia classica

e ai suoi valori scientifici, etici e professionali


A tutti i Soci SIMPSI e AMPSI


A tutti i Colleghi

    e p.c.   Ai Presidenti  degli Ordini dei Medici

Genova, 30 Dicembre 2011

Caro Collega,

il nostro Anno Sociale 2011 si chiude con un evento che è per noi di primaria rilevanza, perchè ci consente di suggellare in modo significativo un pluridecennale periodo di impegno operoso nel corso del quale le nostre Associazioni SIMPSI e AMPSI si sono tenacemente battute per riscattare la nostra professione ed i suoi valori scientifici, etici, deontologici e culturali dallo stato di profondo degrado in cui sono attualmente precipitati, in conseguenza delle politiche deleterie perseguite, sin dai primi decenni dello scorso secolo, proprio da quelle istituzioni che avrebbero dovuto, sotto ogni profilo, promuoverli e tutelarli.

Nonostante le manovre occulte e palesi, messe in atto, nelle sedi del potere accademico, per impedirne la pubblicazione, è ora finalmente uscito, sia pure con notevole ritardo, il volume "Psicopatologia Sistematica e Metodo Dialettico – Con riferimenti alla Tavola Epistemologica Universale" (Editrice ETS)*, nel quale si trovano raccolti i principali contributi che documentano le attività svolte, nell’arco di oltre un quarantennio, a livello scientifico e istituzionale, da parte sia delle nostre Associazioni SIMPSI e AMPSI, sia dell’Istituto CESAD per le Scienze Psicologiche e la Psicoterapia Sistematica – Centro Studi per l’Analisi Dialettica, in difesa del significato culturale e dei valori scientifici, etici e professionali della psicopatologia, della psicoterapia e della psichiatria.

Il fatto che questi valori siano stati, ormai da molti decenni, malauguratamente misconosciuti e smarriti in sede istituzionale, ci viene, negli ultimi tempi, a più riprese confermato dalle stesse agenzie ufficiali della psichiatria accademica, come risulta anche dal documento che la SOPSI - Società Italiana di Psicopatologia ha recentemente diffuso per annunciare il suo prossimo congresso nazionale per l’anno 2012.


Con tale documento viene denunciato, nella sua cruda realtà, lo stato miserevole nel quale al giorno d’oggi è ormai ridotta la professione dello psichiatra, che, soprattutto in conseguenza della sua fatiscente cultura psicopatologica, tutta basata sui criteri operazionistici del manuale DSM, si trova ad esercitare un’attività che nella pratica quotidiana viene definita, nel suddetto documento, "sempre più piatta e demotivante, il cui vocabolario professionale si è ridotto ad una decina di parole".

Inoltre, come fatto non meno deplorevole, il documento SOPSI lamenta che lo stesso progetto scientifico, che avrebbe dovuto guidare la ricerca negli ultimi 40 anni, avendo adottato "criteri operativi di ipersemplificazione psicopatologica", nella "convinzione che l’uso di quei criteri ci avrebbe avvicinato all’identificazione dei fondamenti etiopatogenetici dei singoli disturbi", ha portato in realtà, come risultato, "a perdere di vista l’essenza delle sindromi psichiatriche", per cui "oggi appare sempre più chiaro che quel progetto è fallito".


Ancora una volta, ciò che risulta più sconcertante in questo, come in tanti altri documenti della psichiatria accademica, è la totale assenza del più pallido spirito autocritico, per la quale l’Accademia pretende di ignorare - ed esige che ogni comune mortale debba umilmente ignorare - , che l’incompetenza clinica e l’analfabetismo epistemologico dello psichiatra dei nostri giorni, oltre che il fallimento della ricerca scientifica nelle nostre discipline, altro non sono che il frutto bacato della dissestata didattica propinata, per interminabili decenni, dalla stessa Accademia, a molteplici generazioni di sventurati discenti, i quali, nella fattispecie, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, nulla conoscono, del pensiero psicopatologico e della sua storia, se non quello che viene loro trasmesso dal suddetto manuale "statistico" e "ateoretico" DSM, vera pietra tombale dell’autentica clinica psichiatrica e dei suoi fondamentali criteri di diagnostica psicopatologica differenziale.


Suscita pertanto non poche perplessità il fatto che il documento SOPSI ci annunci, come fosse una sua luminosa "scoperta", che, per ovviare alla "voglia" di psicopatologia delle giovani generazioni di psichiatri (ma meglio sarebbe dire alla loro sconfortante ignoranza), occorre superare l’attuale visione riduttiva e confusiva dell’odierna clinica psichiatrica (ma non è forse quella del DSM ?) e che "solo riscoprendo l’insegnamento della psicopatologia [quella del DSM o quella classica?] si può trasmettere ai giovani la complessità e la ricchezza delle espressioni della patologia mentale, l’arte della diagnosi differenziale e la capacità di distinguere i disturbi mentali dal mero disagio esistenziale".


A questo punto, potrebbe sembrare a qualcuno che i responsabili della formazione psicopatologica del medico avessero deciso di avviarsi sulla strada di una salutare autocritica: infatti, essendosi ormai dichiarati consapevoli di avere da sempre palesemente ignorato, nei loro corsi di insegnamento (nonostante le raccomandazioni e le proposte avanzate, sin dal 1985, da parte delle nostre Associazioni), i fondamentali contributi della più moderna psicopatologia classica (quali, soprattutto, ci sono pervenuti attraverso l’opera di autori come K.Jaspers e K.Schneider), - e di avere elevato, in loro vece, agli altari della didattica accademica, gli idoli aberranti dei vari manuali operazionistici DSM ed ICD, patrocinati dalle Aziende farmaceutiche – sarebbe stato lecito attendersi, da parte loro, insieme al riconoscimento del proprio fallimento scientifico e didattico, anche il conseguente proposito di porvi un adeguato rimedio.

Purtroppo, tuttavia, ciò che i luminari della SOPSI attualmente ci propongono, per rimediare allo sfacelo delle nostre discipline, di cui essi stessi sono responsabili, è il loro nuovissimo "Lessico di Psicopatologia", rapsodico inventario di "disturbi" e di "sintomi" privo di qualsiasi unità epistemologica, dal quale non si vede come i giovani psichiatri possano ricavare quella concezione sistematica del pensiero psicopatologico che è indispensabile per una coscienza responsabile della propria professionalità e che non può prescindere da una conoscenza critica delle metodiche psicopatologiche e del loro sviluppo storico.


Non ci resta, pertanto, che prendere atto della rinnovata determinazione, con la quale, ancora una volta, i potentati universitari pretendono pur sempre di ignorare i contributi della psicopatologia critica e della Tavola Epistemologica Universale, limitandoci, come facili profeti, a prevedere che il il più recente progetto didattico e scientifico della SOPSI, che unisce il confusionismo metodologico del nuovo "Lessico", agli "utili algoritmi" del manuale DSM ed ai modelli di un neuroscientismo acritico, sarà destinato ad un nuovo, completo fallimento, perchè renderà ancor più problematico, per i giovani psichiatri, il conseguimento di una concezione unitaria e sistematica della psicopatologia, nella teoria e nella clinica, - garantendo peraltro, come unico risultato, il sicuro successo dei programmi commerciali delle Aziende per una sempre più diffusa e indiscriminata ricettazione psicofarmacologica.


Ricordando che è prossima la ricorrenza del primo centenario della nascita della psicopatologia critica moderna ( l’opera capitale di K.Jaspers, "Psicopatologia generale", risale al 1913 ), dovrà da parte nostra essere sempre più sentita, anche per l’avvenire, l’obbligazione di continuare a seguire senza compromessi la strada che abbiamo fin qui percorsa e che ci è stata tracciata dai padri nobili della psicopatologia classica, oltre che dai grandi maestri del pensiero occidentale.

A tale riguardo, ricordiamo che nel 2013 ricorrerà anche il primo centenario della nascita della dialettica attualistica ( "La Riforma della Dialettica Hegeliana" di G.Gentile è stata pur essa pubblicata nel 1913), la cui metodologia è indispensabile per una teoria dialettica della personalità e delle personalità psicopatiche.


Nella fiducia che il Nuovo Anno ci conduca ad ulteriori sviluppi per i nostri programmi scientifici e ci conceda le energie necessarie per una migliore tutela dei nostri valori etici e professionali, formulo per Voi e per i vostri cari i miei più cordiali Auguri.

G.Giacomo Giacomini

Presidente SIMPSI e AMPSI





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Genova, 9 Maggio 2011

COMUNICATO



Alla FNOMCEO


A tutti i Presidenti degli Ordini dei Medici


Ai Soci SIMPSI


Alle Società Scientifiche Mediche

A tutti i Colleghi


Agli Organi di Stampa


PSICHIATRIA, ANNO ZERO.


Un documento SOPSI sulla "voglia" di psicopatologia.


Il Comitato Scientifico-Didattico della SIMPSI - Società Italiana Medici Psicopatologi e Psicoterapeuti, riunitosi a Genova, in data 9 maggio 2011, nella sede dell’Istituto CESAD per le Scienze Psicologiche e la Psicoterapia Sistematica - Centro Studi per l’Analisi Dialettica,


- avendo preso in esame il documento programmatico elaborato dalla SOPSI - Società Italiana di Psicopatologia, in vista del prossimo Congresso della stessa SOPSI per l’anno 2012;

     

    - avendo verificato come in tale documento venga segnalata una incoercibile "voglia "di psicopatologia da parte degli psichiatri italiani, i quali, essendo usciti dai loro corsi di formazione universitaria totalmente digiuni delle nozioni fondamentali delle discipline psicopatologiche, si troverebbero attualmente ad esercitare una professione che nella pratica quotidiana si dimostrerebbe "sempre più piatta e demotivante, in cui il vocabolario professionale si è ridotto ad una decina di parole";


    • avendo constatato che nello stesso documento SOPSI viene inoltre esplicitato come la suddetta "voglia di psicopatologia" si presenti non meno urgente anche sul piano della ricerca, a seguito del più completo fallimento dei progetti "scientifici" elaborati, - nel corso degli ultimi quarant’anni -, dalla stessa SOPSI e dalla SIP - Società Italiana di Psichiatria, i quali, applicando indiscriminatamente ed acriticamente i criteri operazionistici del Manuale diagnostico-statistico DSM alla stessa ricerca scientifica, hanno radicalmente ignorato i metodi e le teorie della psicopatologia classica, nelle loro più moderne formulazioni ed applicazioni;

  • avendo evidenziato come, secondo quanto asserito dal citato documento programmatico, l’adozione incondizionata dei criteri del Manuale DSM nella didattica universitaria per la formazione del medico (generico e specialista) dovrebbe essere considerata responsabile di una visione riduttiva e confusiva della clinica psichiatrica, mentre viene precisato che "solo riscoprendo l’insegnamento della psicopatologia si può trasmettere ai giovani la complessità e la ricchezza delle espressioni della patologia mentale, l’arte della diagnosi differenziale e la capacità di distinguere i disturbi mentali dal mero disagio esistenziale";


- avendo preso atto come, da parte del medesimo programma SOPSI, a fronte del totale fallimento della psichiatria italiana, venga auspicato un ritorno ai concetti ed ai i metodi della psicopatologia classica, come unico possibile rimedio all’attuale rovinoso degrado della psichiatria italiana sotto ogni suo profilo: professionale, scientifico, didattico, assistenziale;


ricorda che


già nel lontano 1985 la SIMPSI, nel quadro del 36º Congresso Nazionale della SIP - Società Italiana di Psichiatria (Milano, ottobre 1985), aveva presentato una comunicazione con la quale veniva sottolineata l’urgente necessità di un’organica formazione universitaria del medico, generico e specialista, nelle discipline psicopatologiche e psicoterapeutiche;


sottolinea che


nel corso degli ultimi decenni, la SIMPSI, attraverso periodici comunicati, ha ripetutamente segnalato la precarietà ed il declassamento della psichiatria italiana in ogni suo settore (ricerca, didattica, assistenza), mentre, nel contempo, attraverso i suoi Centri Studi e le sue attività di ricerca scientifica, ha proposto i propri contributi per una soluzione organica dell’attuale crisi delle discipline psichiatriche, in funzione di un ritorno ai principi fondanti della psicopatologia classica e dei suoi più recenti sviluppi;


deplora che


i contributi proposti dalla SIMPSI, nel corso degli ultimi 40 anni, per un ritorno alla psicopatologia classica ed ai suoi valori scientifici, etici e professionali, siano stati sistematicamente ignorati e ostracizzati dalla psichiatria accademica italiana (cui afferiscono le associazioni SIP e SOPSI) ad ogni livello ( istituzionale, congressuale, concorsuale, ecc.), in funzione della promozione della più incondizionata egemonia della pseudo-psicopatologia operazionistica dei manuali DSM e ICD, secondo gli auspici delle Aziende psicofarmacologiche;


auspica che


al di là delle "voglie" e delle mode più o meno contingenti, i contributi epistemologici della psicopatologia classica (quali, nei tempi più recenti, hanno trovato la loro più significativa espressione da parte di autori come K. Jaspers, K. Schneider e loro continuatori) possano trovare nella ricerca, nella formazione didattica e nella professione delle discipline psicopatologiche e psichiatriche italiane quel convinto e duraturo riconoscimento che è indispensabile a tali discipline per il superamento dell’attuale loro stato di semibarbarie culturale, etica e professionale.



Per il Comitato Scientifico-Didattico SIMPSI

Il presidente SIMPSI

( Dr. G.Giacomo Giacomini )

 

 

 

 

 

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COMUNICATO


Alla FNOMCEO Genova, 3 Novembre 2010

A tutti i Presidenti degli Ordini dei Medici

A tutti i Colleghi


Agli Organi di Stampa


Oggetto: laurea in medicina e psicologia


Il Consiglio direttivo della Società Italiana dei Medici Psicopatologi e Psicoterapeuti (SIMPSI), riunitosi a Genova, in data 3 novembre 2010, presso la sede dell’Istituto CESAD - Centro Studi per l’Analisi Dialettica,


- avendo avuto notizia come, ormai da più mesi, siano in corso, presso diverse Università italiane, operazioni di ristrutturazione delle facoltà e dei dipartimenti che, tra l’altro, dovrebbero portare alla costituzione di facoltà universitarie di Medicina e Psicologia;

- avendo appreso, in particolare, da una intervista rilasciata all’ Ordine degli Psicologi del Lazio da parte del prof. Francesco Avallone, prorettore vicario dell’ Università "La Sapienza" di Roma, che, in quest’ultima Università, "la nuova facoltà di Medicina e Psicologia coordinerà sette dipartimenti, di cui 3 di area psicologica e 4 di area medica",


- avendo verificato come l’impostazione di tali operazioni per la costituzione di Facoltà di Medicina e Psicologia presenti significative corrispondenze con una proposta della SIMPSI già approvata dalla FNOMCEO e successivamente presentata dalla stessa SIMPSI, nel 1985, al XXXVI Congresso della SIP (Società Italiana di Psichiatria) con una comunicazione dal titolo "Formazione dello psicoterapeuta e riforma della facoltà di Medicina", con la quale veniva sottolineata la necessità di integrare, nei piani di studio universitari per la preparazione professionale del medico, generico e specialista, un programma di studi organico concernente le discipline psicomediche, in funzione della possibile istituzione di una laurea in Medicina e Psicopatologia;


– avendo rilevato come le proposte e le raccomandazioni, nel senso indicato della FNOMCEO e dalla SIMPSI, siano state, a tutt’oggi, completamente ignorate dalle gerarchie universitarie, soprattutto per quanto concerne la richiesta, più volte ribadita, negli ultimi decenni, dalle suddette Associazioni, che venisse garantita al medico, in sede di formazione universitaria, generica e specialistica, un’adeguata preparazione clinica nel campo della diagnostica psicopatologica differenziale, indispensabile per un corretto esercizio della sua attività professionale;


– avendo deplorato come una tale carenza nella formazione accademica del medico sia stata e sia tuttora alla base del fallimento ormai centenario dei servizi di assistenza psichiatrica, oltre che fonte di non lievi malintesi che hanno finora impedito una seria collaborazione con gli Ordini professionali degli Psicologi;


CHIEDE


alla FNOMCEO ed agli Ordini dei Medici se, nella incombente prospettiva dell’ istituzione, presso le Università italiane, di facoltà di Medicina e Psicologia, dalle quali dipenderà la formazione professionale del Medico, non ritengano doverosa e necessaria l’urgente costituzione di una Commissione di Consulenza per una verifica delle condizioni scientifiche e didattiche che dovranno garantire al Medico, nel corso dei suoi studi universitari, un’adeguata preparazione teorica e clinica nelle discipline psicomediche, soprattutto per quanto riguarda l’acquisizione delle fondamentali competenze cliniche nella diagnostica psicopatologica differenziale, indispensabili per un corretto esercizio della sua attività professionale, generica e specialistica,


Dott. G.Giacomo Giacomini
Presidente SIMPSI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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vedi anche il seguente link con lettura vocale: http://www.aipsimed.org/articolo/la-crisi-dei-servizi-di-assistenza-psichiatrica-e-la-formazione-del-medico



Genova, Luglio 2010

LETTERA APERTA



Alla SIP – Società Italiana di Psichiatria

 

Alla FNOMCEO


A tutti i Presidenti degli Ordini dei Medici


A tutti i Colleghi


Agli Organi di Stampa



La crisi dei servizi di assistenza psichiatrica

e la formazione psicopatologica del medico



Da più parti, ormai da lungo tempo, vengono denunciate le sostanziali carenze dei servizi di assistenza psichiatrica (SPDC, Comunità Terapeutiche, Servizi di Igiene Mentale, SERT, ecc.) che, secondo quanto asserito, in un recente convegno, dal presidente SIP (Società Italiana di Psichiatria) Luigi Ferrannini, sarebbero da imputarsi alla "mancanza di un vero piano d’azione per individuare i bisogni emergenti (dalla depressione ai disturbi somatici o degli anziani) e arrivare a ridefinire i livelli essenziali di assistenza".

In un tale contesto, una particolare attenzione dovrebbe essere rivolta all’inquietante problema del "ritorno alla cronicità delle malattie, creduta ormai vinta dalla legge 180/78", con i conseguenti rischi di "un ritorno all’istituzionalizzazione dei pazienti a discapito dei servizi territoriali e quell’idea di malattia mentale legata al tema della sicurezza".

A tale riguardo, il presidente SIP ha espresso la convinzione che la soluzione di ogni problema risieda tutta nel "portare la spesa per i servizi territoriali di salute mentale dal 5% al 12% del fondo sanitario regionale, ma anche una formazione continua degli operatori sociali e sanitari".

Sembra che, peraltro, nel convegno in questione (che si è svolto a Roma, con il patrocinio della Fondazione Lugli), qualcuno abbia accennato alla "necessità di saper valutare la qualità della pratica clinica" ( Cfr. Dire-Notiziario Sanità, Roma, 2 luglio ).


In relazione ai temi citati dal presidente SIP e, in particolare, per quanto concerne il problema della cosiddetta "cronicizzazione" dei pazienti assistiti dalle Comunità Terapeutiche ( ma anche dagli altri servizi), non possiamo esimerci dall’osservare come la SIMPSI, ormai da diversi decenni, abbia a più riprese segnalato non solo la gravità del fenomeno, ma anche le cause dalle quali dipende: tali cause, in effetti, non si discostano, sostanzialmente, da quelle già esistenti ai tempi dei non mai abbastanza vituperati ospedali psichiatrici.

In realtà, è ben noto come in tali ospedali di malfamata memoria i criteri diagnostici impiegati per classificare e trattare i pazienti ivi ricoverati non rispondessero affatto a quelli della vera clinica psichiatrica ( che, già allora, aveva raggiunto, grazie soprattutto ai contributi di autori come K.Jaspers, K.Schneider ed altri, una rilevante maturità scientifica e professionale), bensì a quelli, di tipo comportamentistico-concentrazionario, applicabili ai detenuti in regime di custodia penitenziaria.

Accadeva così che, in ragione di tali brillanti criteri "nosografici", i pazienti si trovassero reclusi in reparti etichettati secondo categorie quali "agitati" e "tranquilli", "sudici" e "puliti", e simili.

Si può perciò facilmente comprendere come, classificando i pazienti in funzione del loro comportamento più o meno "disadattato" e "disturbante", in uno stesso reparto potessero venire a trovarsi sia pazienti psicotici autenticamente "cronici" ( in quanto affetti da cerebropatie di varia natura: alcolica, degenerativa, vascolare, traumatica, endocrina, dismetabolica, ecc.), sia pazienti affetti da alterazioni emotive di natura psicopatica, i cui disturbi non erano da riferirsi ad una psicosi ( cioè ad una vera malattia mentale, di origine cerebropatica), ma a problemi e conflitti della personalità.

Il fatto che anche le personalità psicopatiche venissero "diagnosticate" come psicosi croniche e, come tali, sottoposte agli stessi trattamenti delle psicosi genuine, provocava inevitabilmente gravi disordini nell’equilibrio mentale, già fragile, di queste personalità, che, assai spesso, avrebbero potuto ottenere sensibili vantaggi se precocemente trattate con adeguati interventi psicoterapeutici o anche solo psicopedagogici, e che invece venivano destinate a percorsi dolorosi di cronicizzazione e di progressivo deterioramento mentale.

E’ evidente che simili esiti catastrofici dell’assistenza psichiatrica avrebbero potuto essere scongiurati, qualora il medico, nel corso dei suoi studi universitari, fosse stato messo in grado di formulare una diagnosi psicopatologica differenziale tra psicosi e psicopatia.


Malgrado simili aberrazioni siano state imputate alla vecchia legge 1904/36, è evidente che il problema in questione non era affatto di ordine giuridico o amministrativo, bensì di ordine eminentemente clinico e, come tale, da addebitarsi ad una carente preparazione professionale del medico, che, nel corso dei suoi studi universitari, non riceveva alcuna reale formazione clinica e teorica nelle discipline psicopatologiche, psichiatriche, psicoterapeutiche e psicopedagogiche.

Resterebbe a questo punto da chiedersi se, a distanza di oltre 30 anni dalla promulgazione della legge 180, che ha portato alla chiusura delle vecchie istituzioni manicomiali, si sia verificato un effettivo cambiamento, ai nostri giorni, rispetto ai livelli, clinici e culturali, dell’ assistenza psichiatrica antecedente alla legge 180, dal momento che le critiche rivolte agli attuali servizi, anche da parte del presidente SIP, ne denunciano il totale fallimento.

In tali condizioni, pretendere di poter addebitare, ancora una volta, un simile fallimento, a presunte disfunzioni giuridiche o amministrative (adozione di provvedimenti legislativi aberranti o mancata applicazione di leggi virtuose, o insufficienza delle risorse destinate ai servizi, ecc.) appare francamente pretestuoso e privo di qualsiasi valida giustificazione, quando si consideri che, malgrado, ormai da tempo, sia stato istituito a livello accademico, un autonomo insegnamento della psichiatria, distinto da quello della neurologia, nulla di sostanziale risulta mutato per quanto concerne la formazione culturale e professionale del medico, generico e specialista, in relazione alle problematiche inerenti alla diagnostica psicopatologica differenziale.


Al riguardo, non possiamo fare a meno di rilevare come già nel lontano1985, al XXXVI Congresso SIP, la SIMPSI abbia presentato una comunicazione ( "Formazione Psicopatologica dello Psicoterapeuta e Riforma della Facoltà di Medicina"), con la quale si sottolineava la necessità di introdurre, nel quadro della riforma allora in atto della facoltà di Medicina, un programma didattico per una formazione organica del medico nelle discipline psicopatologiche, psichiatriche e psicoterapeutiche, con particolare riferimento a quei più maturi e moderni contributi della psichiatria classica che consentono di formulare, sul piano clinico, una specifica diagnosi psicopatologica differenziale tra psicosi e psicopatie.

Le proposte della SIMPSI sono state però osteggiate e ignorate dalla SIP e dalle gerarchie accademiche che la governano e dalle quali, per la formazione psicopatologica e psichiatrica del medico, è stato invece prescelto ( anche sotto gli auspici delle Aziende farmaceutiche) il cosiddetto Manuale Diagnostico e Statistico DSM, i cui criteri, meramente operazionistici e pragmatici, si conformano all’ ideologia comportamentistico-manicomiale della malattia mentale, concepita, essenzialmente, come un "disadattamento ambientale-sociale" e, pertanto, non entrano neppure in merito alle problematiche cliniche relative alla diagnostica psicopatologica differenziale.


La SIMPSI, che negli ultimi decenni ha deplorato questa opzione antimedica ed antiscientifica, da parte delle gerarchie accademiche, per la manualistica DSM e ICD, dimostrandone a più riprese, attraverso il proprio lavoro nella ricerca, nella teoria e nella clinica, l’infondatezza epistemologica, didattica e clinica , è pur sempre disponibile per un confronto costruttivo che restituisca al medico la coscienza critica delle proprie responsabilità professionali, contro ogni perdurante misconoscimento delle autentiche problematiche psicopatologiche, dal quale dipende la crisi attuale dell’assistenza psichiatrica.


G.Giacomo Giacomini

Presidente SIMPSI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RIFORMA PSICHIATRICA E LEGGE 180: 30 ANNI DOPO

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Giugno 2008


LETTERA APERTA

A tutti i Presidenti degli Ordini dei Medici

A tutti i Colleghi


RIFORMA PSICHIATRICA E LEGGE 180: 30 ANNI DOPO
La formazione psicopatologica del Medico

In occasione del 30° anniversario della legge 180 per la riforma dei
servizi psichiatrici, assistiamo al ritorno di vecchi equivoci e di mai
sopiti luoghi comuni, che certamente non giovano al chiarimento dei gravi
problemi di cui soffre, da sempre, la psichiatria nel nostro paese sia come
disciplina scientifica, sia come professione medica, sia come servizio di
assistenza per la salute del cittadino.
Uno dei più gravi equivoci, che ritroviamo perennemente nei dibattiti sulla
legge 180, è quello di ritenere che la validità e le modalità dell’
assistenza psichiatrica possano ( o debbano ) dipendere integralmente dalla
validità delle norme legislative vigenti, indipendentemente dal livello di
formazione dei professionisti psichiatri, ai quali spetta il compito di
gestire i servizi di assistenza per quanto concerne la diagnosi e la
terapia, e per i quali si dà per scontato che tale formazione, così come è
stata impartita dalle patrie accademie, sia quanto di meglio si possa
desiderare.
Di conseguenza, sia da parte dei colleghi responsabili della gestione
clinica dei servizi, sia da parte dei colleghi universitari cui spetta il
compito didattico di formare professionalmente i primi, si assiste, ormai da
tempo immemorabile, ad uno scarico di qualsiasi responsabilità in merito
alle condizioni dei servizi di assistenza, il cui degrado viene addebitato,
a seconda dei casi, o alle disposizioni di una legislazione aberrante ( vedi
legge 1904 / 36 ), o alla colpevole, mancata applicazione di provvedimenti
legislativi virtuosi ( vedi legge 180 ) da parte della pubblica
amministrazione.
In tal modo, da un lato, si è coperta di vituperi la vecchia legge, secondo
la quale le persone affette da alienazione mentale , quando siano
pericolose a sé o agli altri debbono essere custodite e curate in
apposite strutture ospedaliere, mentre, dall’altro lato, si sono sprecati
gli elogi per la nuova legge 180, cui viene attribuito il potere
miracolistico di risolvere tutti i problemi dell’assistenza psichiatrica,
come se le norme legislative dello Stato, che devono garantire i diritti
dei cittadini alla tutela della propria salute psicofisica, avessero anche l
‘obbligo o la facoltà di definire i criteri scientifico-didattici per l’
assistenza clinica dei pazienti e per la formazione dei professionisti
incaricati di tale assistenza.

In realtà, il fatto che la vecchia legge 1904 / 36 prescrivesse che le cure
per le malattie mentali dovessero essere somministrate in strutture
ospedaliere specializzate a tale scopo, non avrebbe dovuto minimamente
comportare ( né la legge in alcun modo lo prescriveva ) che tali strutture
dovessero essere trasformate nelle bolge infernali di cui abbiamo avuto
triste esperienza.

Allo stesso modo, il fatto che, a norma della nuova legge, sia stato
prescritto che simili luoghi non debbano più esistere, non significa, per
ciò stesso, che gli infermi mentali possano godere di migliori trattamenti
clinici, anche quando non si abbia cura di formare, nelle sedi preposte a
tali scopi, i professionisti in grado di somministrarli.

In effetti, sarebbe stato assai più pertinente, a suo tempo, chiedersi come
mai, nei (giustamente) vituperati ospedali psichiatrici del passato, i
pazienti, diversamente da quanto accadeva nelle altre istituzioni
ospedaliere, fossero ricoverati in reparti etichettati non già secondo
criteri clinici, bensì secondo categorie di ordine
comportamentistico-concentrazionario, quali agitati e tranquilli ,
sudici e puliti , e così via.
In ragione di tali brillanti criteri nosografici, poteva accadere che, ad
esempio, nello stesso reparto degli agitati potesse venirsi a trovare sia
il cerebropatico da intossicazione alcolica ( e, pertanto, affetto da un’
autentica psicosi), sia lo psicopatico ansioso con idee di autoriferimento
( cui non avrebbe dovuto essere diagnosticata un’autentica malattia
mentale), con quali risultati dal punto di vista clinico e terapeutico, è
facile immaginare.

Una simile situazione avrebbe dovuto apparire tanto più aberrante, quando si
fosse considerato che già nei primi decenni del secolo scorso, grazie ai
grandi progressi del pensiero psichiatrico (e, in particolare ai contributi
di autori come K.Jaspers e K.Schneider in psicopatologia generale e
clinica ) esistevano criteri nosografici ben precisi per formulare una
diagnosi psicopatologica differenziale tra psicosi e psicopatie, cioè tra le
autentiche malattie mentali e quei comportamenti che, per quanto causa di
disagio e di sofferenza per il paziente ed il suo ambiente sociale, non sono
da qualificarsi come patologie, bensì come condizioni o sviluppi di
personalità abnormi.

L’aspetto più paradossale dell’attuale momento della psichiatria italiana è
tuttavia che (nonostante le sbandierate intenzioni di demedicalizzare ,
quanto più è possibile, la psichiatria) grazie all’attuale formazione
accademica del medico psichiatra, fondata sull’applicazione acritica e
indiscriminata dei manuali operazionistici DSM e ICD, vengono ancor oggi
totalmente ignorati, sul piano clinico, i fondamentali criteri della
diagnosi psicopatologica differenziale, cui vengono sostituiti criteri
sociologico-pragmatici, in funzione del principio dell’adattamento all’
ambiente sociale.
In ragione di una simile impostazione pseudodiagnostica, tal quale come ai
tempi degli ospedali psichiatrici di esecrata memoria, viene meno la
possibilità di un’autentica diagnostica psicopatologica differenziale tra
psicosi e psicopatie, dal momento che le stesse psicopatie ( personalità
psicopatiche e sviluppi psicopatici ) vengono, sul piano clinico,
diagnosticate come malattie mentali e trattate alla stregua delle psicosi.
Non è pertanto fuor di luogo il giudizio di un anziano paziente che, avendo
già avuto personale esperienza delle vecchie strutture manicomiali del
capoluogo ligure, osservava argutamente che, con le nuove disposizioni di
legge, abolito il locale ospedale psichiatrico di Genova - Quarto, erano
stati creati i Quartini .

Per tali ragioni, la deplorevole situazione attualmente presentata dall’
assistenza psichiatrica, a tutti i livelli (servizi di diagnosi e cura,
servizi di igiene mentale, servizi per le tossicodipendenze, comunità
terapeutiche, ecc.), non può essere disgiunta dalle sostanziali carenze
della formazione accademica del medico, a livello sia generico che
specialistico.
E’ pertanto del tutto illusorio presumere di garantire una valida assistenza
psichiatrica semplicemente e semplicisticamente attraverso la promulgazione
e/o l’applicazione di leggi o decreti che, per quanto virtuosi, non
potranno mai sostituirsi a professionisti adeguatamente preparati nello
svolgimento dei loro compiti.

G.Giacomo Giacomini

Presidente SIMPSI 

  

 

PSICOTERAPIA, PSICHIATRIA E DIAGNOSI PSICOPATOLOGICA DIFFERENZIALE

 

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Marzo 2008
LETTERA APERTA

A tutti i Presidenti degli Ordini dei Medici

A tutti i Colleghi
PSICOTERAPIA, PSICHIATRIA E DIAGNOSI PSICOPATOLOGICA DIFFERENZIALE


Il problema del rapporto interdisciplinare psicoterapia-psichiatria ha
assunto una rilevante attualità, da quando, con la legge 56/89, si è
riconosciuta la necessità di una istituzionalizzazione della psicoterapia,
come disciplina autonoma.
Tanto la psichiatria quanto la psicoterapia si occupano, com’è noto, sia del
rapporto mente-corpo ( la cosiddetta medicina psico-somatica), sia
della patologia della psiche (la psicopatologia); tuttavia è anche
necessario specificare che, nello studio di tali materie, queste due
discipline impiegano metodologie molto differenti.
Innanzi tutto, si può dire che psicoterapia e psichiatria nascono da due
diverse modalità di concepire e di sperimentare gli stati psichici e che, in
effetti, ognuno di noi ha continuamente l’occasione di verificare questo
duplice aspetto dell’esperienza psichica e delle sue condizioni abnormi..
Di fronte ad un turbamento dello stato psichico, come ad esempio una
condizione di depressione o di ansietà, è spontaneo, anche per il profano,
chiedersi se un simile inconveniente sia da imputarsi ad una causa organica
(come, ad esempio, un’intossicazione alcoolica o un disturbo della
circolazione del cervello), oppure a qualche condizione di conflitto
interiore (che può dipendere da vicende dolorose, riferibili alla vita
presente, o anche ad un’epoca remota della storia della personalità).
La psichiatria moderna è appunto nata (intorno alla metà del secolo scorso)
quando è stato possibile accertare, grazie ai progressi della medicina
biologica, che una gran parte degli stati di sofferenza mentale, da quelli
più gravemente invalidanti, sino a quelli più lievi e sfumati, dipendeva da
vere e proprie malattie del cervello (intossicazioni, malattie endocrine e
del metabolismo, tumori, disturbi vascolari, ecc.).

La psichiatria delle università, come disciplina specializzata della medicina
biologica, si è dunque riproposta di verificare in qual modo gli stati psichici
abnormi potessero dipendere da malattie organiche (neurobiologiche) e di trovare i
rimedi più appropriati che agissero sulle cause (le malattie cerebrali), in
modo da eliminare le sofferenze mentali, considerate come conseguenze e come
sintomi della malattia fisica.
Contemporaneamente, però, nello stesso periodo storico e sempre sul piano
della medicina - anche se non nelle sedi universitarie, bensì nel settore
della libera professione e dello specifico rapporto interpersonale
medico-paziente - nasceva la psicoterapia contemporanea.
In effetti, esistono condizioni di disagio psichico (come ansie,
depressioni, coazioni, pensieri ossessivi, ecc.) nelle quali, anche al più
attento esame clinico, non è riscontrabile alcun danno nelle strutture
nervose e biologiche dell’organismo, e per le quali tuttavia il paziente si
rivolge al medico per trovare un aiuto e un rimedio.Il medico esperto sa che
tali condizioni psicopatologiche nascono da una elaborazione, spesso assai
complessa, di stati d’animo conflittuali, nei quali è di regola coinvolta
anche la storia, più o meno remota, della personalità.
Molto spesso, i conflitti psichici possono avere conseguenze anche sul
terreno organico, nel caso che le emozioni ad essi correlate si esprimano
sul piano somatico secondo processi in molti casi conosciuti (è noto, ad
esempio, che, a seguito di emozioni aggressive, il sistema endocrino immette
nel sangue quantità più o meno rilevanti di adrenalina). In conseguenza di
tali processi, possono anche insorgere vere e proprie malattie somatiche (le
cosiddette malattie psicosomatiche, quali gastriti, coliti, asme,
ipertensioni, ecc.).
Pertanto, nel caso in cui il medico sia in grado di verificare (attraverso
una diagnosi differenziale) che la psicopatologia del suo paziente non
dipenda da una malattia somatica, ma da un conflitto della personalità, egli
dovrà prescrivere un trattamento psicoterapeutico (che, a seconda delle
indicazioni, potrà impiegare tecniche diverse: analitiche, o direttive, o
comportamentistiche, ecc.).
Da queste sommarie considerazioni, è possibile comprendere come la
psichiatria e la psicoterapia si differenziano nettamente per il metodo
secondo il quale esse intendono studiare e curare i disturbi
psicopatologici. In effetti, la psicopatologia psichiatrica si occuperà di
quegli stati psichici abnormi che sono causati dalle diverse malattie del
cervello (e che vengono definiti come psicosi , o malattie mentali ).
Viceversa, la psicopatologia psicoterapeutica si occuperà di quei disordini
psichici che non derivano da una malattia neurobiologica, ma dai conflitti e
dalle contraddizioni della personalità (e che vengono definiti come
psicopatie , o nevrosi ).
Purtroppo, nella pratica clinica, è talvolta arduo arrivare ad una precisa
diagnosi differenziale, che ci consenta di stabilire se un dato quadro
psicopatologico debba imputarsi, con certezza, ad una malattia somatica o ad
un conflitto della personalità.
Occorre sottolineare, tuttavia, che tale diagnosi psicopatologica
differenziale sarà sempre della massima importanza, per la scelta e la
programmazione di un corretto trattamento terapeutico. In effetti, è
evidente che, nel caso di una psicosi (cioè, di un’autentica malattia
mentale), un’appropriata terapia del disturbo psichico dovrà effettuarsi a
livello somatico (con mezzi psicofarmacologici o altri trattamenti fisici,
di pertinenza psichiatrica). Nel caso, invece, delle psicopatie (o
nevrosi ) è evidente che la terapia di base consisterà nella risoluzione
dei conflitti psichici della personalità, mentre i rimedi psicofarmacologici
potranno avere soltanto un ruolo ausiliario.
Da quanto esposto, deriva la necessità di una stretta collaborazione tra le
due discipline mediche, della psichiatria e della psicoterapia, nel pieno
riconoscimento reciproco della loro autonomia metodologica e delle loro
rispettive competenze.
Purtroppo, negli attuali ordinamenti della didattica universitaria, la
psicoterapia non trova ancora riconosciuta la sua autonomia metodologica e
disciplinare rispetto alla psichiatria; per di più, le vigenti disposizioni
di legge in merito all’ordinamento della psicoterapia (legge 56/89 per l’
ordinamento della professione di psicologo) pongono le premesse per un’
ingiustificata subordinazione della psicoterapia alla psicologia.
In particolare, la subordinazione della psicoterapia alla psicologia risulta
francamente aberrante, perché la psicologia, come disciplina accademica e
come attività professionale, trova le sue legittime competenze nei settori
della psicofisiologia, della psicotecnica e della psicopedagogia, mentre non
è qualificata per entrare in merito ai problemi specifici della diagnostica
psicopatologica differenziale, che sono di primaria importanza per l’
indicazione e per la conduzione di un corretto trattamento psicoterapeutico.
Non è dubbio, pertanto, che la difesa della specificità disciplinare e dell’
autonomia metodologica della psicoterapia medica debba considerarsi
necessaria sia sotto il profilo scientifico-didattico, sia sul piano della
prassi clinica e terapeutica, soprattutto in funzione della difesa dei
diritti dei cittadini, costituzionalmente protetti, alla tutela della
propria salute psicofisica.

 

Psicoterapia e psichiatria: due discipline in crisi



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Genova, 10 Aprile 2009

LETTERA APERTA
A tutti i Presidenti degli Ordini dei Medici
A tutti i Colleghi

Psicoterapia e psichiatria: due discipline in crisi

Molte sono le ragioni per le quali si può parlare, oggi, di una crisi profonda delle due discipline professionali della psiche: la psichiatria e la psicoterapia.

Nate, intorno a lla seconda metà del secolo XIX, nell’ambito della cultura e della professione della medicina, queste due discipline, per quanto entrambe interessate alla conoscenza ed al trattamento terapeutico dei disturbi mentali, sin dagli inizi si sono caratterizzate per le loro diverse modalità di inquadramento teorico e di assistenza clinica di tali disturbi.

Possiamo anzi dire che, se i contenuti cui si rivolgevano le due discipline ( cioè i problemi psicopatologici ) erano identici, ben differenti si presentavano le forme metodiche cui esse facevano ricorso nella teoria e nella prassi.

In effetti, la psichiatria moderna ( con ricercatori quali W. Griesinger, K.Kahlbaum, E.Kraepelin, ecc.) si costituiva nel mondo degli studi universitari, che si riproponevano di conferire alla conoscenza dei fatti psicopatologici una fondazione scientifica in senso naturalistico: il loro scopo era quello di evidenziare come i disturbi psichici fossero le conseguenze di malattie cerebrali (quali intossicazioni, infezioni, processi degenerativi, disturbi circolatori, neoplasie, disendocrinie, ecc.) e come, una volta individuata la causa fisiobiologica , sarebbe anche stato possibile trovare il rimedio scientifico (farmacologico) per sopprimerla.

Questo ideale scientifico naturalistico trovava però una limitazione nel fatto che, in molti casi, non era possibile assegnare ai quadri psicopatologici individuabili sul piano clinico una corrispondente patologia neurobiologica che ne costituisse la spiegazione causale. In tali casi, molto frequentemente, il medico esperto poteva anche arrivare a comprendere come gli stati di sofferenza psichica ed i disturbi del comportamento ad essi correlati dipendessero da sentimenti conflittuali riferibili, abitualmente, a vicende più o meno dolorose vissute dal paziente in diversi momenti della sua storia personale.

La comprensione del medico, condivisa dal paziente attraverso il dialogo, delle origini storiche delle attuali sofferenze psichiche, consentiva, in diversi casi, di conseguire una risoluzione del quadro clinico, senza fare ricorso a farmaci o ad altri rimedi di natura fisiobiologica: per questa via, diveniva così possibile concepire ed elaborare lo stesso rapporto dialogico medico-paziente secondo modalità che lo rendessero idoneo ad ottenere risultati terapeutici.

Per quanto queste modalità di rapporto dialogico potessero costituirsi secondo tecniche diverse ( di suggestione, di persuasione, di conforto, di consiglio, di analisi, di programmazione guidata, ecc. ), esse, tuttavia, si caratterizzavano pur sempre per una metodologia che non ricercava le cause sul terreno neurobiologico, ma trovava il suo punto di riferimento nell’ambito dei sentimenti interiori della personalità, nelle loro contraddizioni e nella loro intrinseca conflittualità.

Occorre a questo punto precisare che questa funzione terapeutica del medico nel rapporto dialogico con il paziente era stata riconosciuta già nella medicina dell’antichità, dove però veniva concepita ed esercitata secondo una visione magica, che conferiva sempre alla malattia (mentale o fisica) significati trascendenti.

Merito della psicoterapia moderna è di avere individuato nella stessa personalità dell’uomo e nelle sue più intime contraddizioni, che il medico poteva confrontare dialetticamente con la propria stessa interiorità, il fondamento per la comprensione di tutti quei quadri di sofferenza mentale che noi denominiamo come psicopatie ( o nevrosi ), distinguendole nettamente da quelle condizioni psicopatologiche che classifichiamo clinicamente come psicosi ( o autentiche malattie mentali ) e nelle quali sono diagnosticabili fattori di patologia neurobiologica.

Un progresso decisivo nello studio e nel trattamento dei disturbi mentali si è verificato appunto quando, sul piano della ricerca e della clinica ( grazie soprattutto ai contributi di autori quali K.Jaspers, K.Schneider e altri), è stato chiarito che, in psicoterapia e in psichiatria, si dovessero prendere in considerazione due diverse psicopatologie (tra loro contraddittorie e, nel contempo, complementari): l’una, basata sul principio della spiegazione neurobiologica e sul metodo naturalistico, specificamente applicabile alle psicosi; l’altra, fondata sul principio della comprensione psicologico-personologica e sul metodo fenomenologico-dialettico, specificamente applicabile alle psicopatie (personalità psicopatiche e loro sviluppi).

E’ precisamente su questa fondamentale distinzione metodologica che si basa la diagnosi psicopatologica differenziale, che ci consente di discriminare i quadri clinici psicotici da quelli psicopatici e di prescrivere, conseguentemente, i più appropriati trattamenti terapeutici (di ordine farmacologico, per i primi, psicoterapeutico, per i secondi).

L’importanza teorica e clinica della diagnostica psicopatologica differenziale potrebbe indurci a pensare che questa distinzione epistemologica tra la metodica della spiegazione naturalistica e quella della comprensione personologica (patopsicologica) dovesse costituire il tema dominante della formazione accademica del medico (generico e specialista) nelle discipline della psichiatria e della psicoterapia.

In realtà, purtroppo, ancora oggi, non è così, perché nelle nostre facoltà di medicina la psicopatologia personologica non ha mai trovato (né tuttora trova, grazie alla dominanza della manualistica operazionistica DSM e ICD) un qualsiasi riconoscimento didattico, così che la psicoterapia non ha mai potuto acquisire una sua dignità di disciplina autonoma.

Ai nostri giorni, non è possibile ignorare che questo inammissibile “buco nero “ didattico è stato deleterio tanto per la psicoterapia, quanto per la psichiatria, dal momento che non solo ha portato ad una rovinosa riduzione del profilo culturale e professionale del medico ( si è arrivati al paradosso di pensare che, per risolvere i problemi psicopatologici della sua professione, il medico dovesse rivolgersi agli psicologi non medici), ma è anche tuttora responsabile del declassamento dei servizi di assistenza psichiatrica, oltre che del degrado dell’assistenza psicoterapeutica, dove la latitanza culturale e professionale del medico in materia di diagnostica psicopatologica differenziale ha favorito l’intrusione di figure pseudoprofessionali ambigue, prive di qualsiasi competenza clinica e diagnostica ( si pensi che incarichi apicali, nell’assistenza psicoterapeutica, pubblica e privata, possono attualmente essere assegnati anche a persone non laureate in medicina).

Per le stesse ragioni, il caos impera anche negli attuali dibattiti riguardanti la riforma della legislazione psichiatrica (legge 180 ), dalla quale si pretenderebbero miracolistiche soluzioni di vetusti problemi clinico-psicopatologici che dipendono esclusivamente dalla perdurante latitanza della didattica universitaria delle facoltà di medicina, cui si associa la colpevole incuria di tutta la categoria medica.

Su questi argomenti, la SIMPSI organizza incontri di informazione e di aggiornamento. I Colleghi interessati a partecipare, potranno mettersi in contatto con la nostra sede di Genova, Tel. 010580903; www.istpsico.it ; Email: g_giacomini@libero.it

G.Giacomo GIacomini

Presidente SIMPSI

(Società Italiana dei Medici

Psicopatologi e Psicoterapeuti)

 

 

   


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AGGIORNAMENTI  CULTURALI

 

 
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Genova,  dicembre 2009 
 
 
RITORNARE ALLA PSICOPATOLOGIA CLASSICA: PERCHE’ ?


Una tavola rotonda, a Genova, sulla psicopatologia clinica di Kurt Schneider.

 In una recente tavola rotonda, svoltasi a Genova, in onore del celebre psichiatra Kurt Schneider *, è stato auspicato un ritorno alla psicopatologia classica ed ai suoi criteri clinici e diagnostici.
E’ ben noto come, già da diversi decenni, questi criteri siano stati snaturati dall’introduzione, in psichiatria, a livello internazionale, tanto nella ricerca e nella didattica universitaria, quanto nella clinica e nell’assistenza istituzionale, del controverso manuale DSM ( Manuale Diagnostico Statistico dei disturbi mentali, nelle sue successive versioni: I, II, III, IV ). Tale manuale è stato presentato, dai suoi sostenitori, come lo strumento pragmaticamente più efficiente per risolvere i dibattuti problemi della diagnostica psichiatrica, al di là della disparità di teorie, metodologie e linguaggi, esistente, sin dalle sue origini, nella psicopatologia moderna.
Ma quali sarebbero le soluzioni proposte dal manuale DSM  per i problemi della clinica psichiatrica?
Si può dire, innanzi tutto, che, con la sua impostazione dichiaratamente “pragmatica” ed esplicitamente “antiteoretica”, il manuale DSM venga ad assumere un atteggiamento semplicistico, molto simile a quello che caratterizza l’uomo comune di fronte alla malattia.
In realtà, per il profano digiuno di conoscenze mediche, la condizione di malattia coincide con lo stato di sofferenza percepita soggettivamente e con tutte quelle limitazioni delle funzioni fisiche e mentali che ad esso si accompagnano.
“Mi sento male” è generalmente, per il paziente, sinonimo di malattia, ma è anche, non di rado, motivo di disaccordo e di polemica con il medico curante. In effetti, quest’ultimo, in base alla sua preparazione scientifica e professionale, sa che non sempre sofferenza e disturbo sono sintomo di malattia  e che uno stato di disagio fisico o mentale denunciato dal paziente non sempre trova riscontro in una “reale” condizione morbosa, e viceversa.
Questa divergenza del punto di vista del medico rispetto a quello del paziente dipende dal fatto che il medico, in ragione della sua formazione scientifica naturalistica, è stato istruito a considerare come autentica “malattia” soltanto ciò che è sperimentabile e quantificabile come abnorme in base a rigorosi criteri obiettivi, che trovano il loro punto di riferimento nelle scienze fisio-biologiche, quali l’anatomia patologica, la chimica e la fisica.
Perciò, nessun medico che eserciti seriamente la sua professione penserà mai di considerare un disordine funzionale come una dispnea, o una febbre, o una tachicardia, o una mialgia, o un senso di angoscia, ecc., come una “malattia “ in quanto tale, ma piuttosto si interrogherà  in merito alla possibilità che queste disfunzioni e disagi possano costituire “segni” o “sintomi” di uno stato patologico, il cui fondamento dovrà tuttavia essere individuato sul terreno fisico-somatico e sul quale dovrà pertanto basarsi la diagnosi clinica di malattia. In base alla propria cultura scientifica, il medico sa che questo criterio diagnostico differenziale tra un quadro clinico fondato su un reperto somatico e un quadro clinico che ne è privo è di primaria importanza dal punto di vista metodologico e terapeutico. Infatti, nel primo caso sarà possibile adottare una metodologia naturalistica di spiegazione causale e programmare una corrispondente terapia specifica contro le cause patogene; nel secondo caso, invece, di fronte ad un evidente scarto psico-somatico tra l’entità della sofferenza soggettiva e l’esiguità ( o l’assenza ) del reperto organico, resterà aperto l’interrogativo se sia possibile reperire una metodologia in grado di soddisfare le nostre esigenze di una spiegazione scientifica.
 
Queste premesse elementari sono necessarie per comprendere sino a qual punto il manuale DSM, in relazione alla psicopatologia,  pretenda di stravolgere le norme basilari del ragionamento clinico.
In effetti, quando, nelle sue classificazioni cliniche, presenta sindromi e sintomi tipici della psicopatologia classica, quali l’ansia, la depressione, le fobie, le coazioni, le idee ossessive, o le personalità abnormi, ecc. il suddetto manuale non stabilisce alcun serio criterio di diagnostica psicopatologica differenziale tra quei casi in cui tali sindromi siano correlate con reperti somatici patologici e quei casi in cui una tale correlazione risulti assente.
Accade così che, mentre nella psicopatologia classica ( soprattutto nella sua versione più moderna, che fa capo principalmente ad autori quali K.Jaspers e K.Schneider ), conformemente a quanto statuito dalla clinica medica, nessuna reale diagnosi di malattia risulta legittimabile, qualora le manifestazioni psichiche abnormi non siano riferibili ad un ben obiettivabile  fondamento somatico, nel caso del manuale DSM, invece, anche i quadri sindromici privi di un tale fondamento ( quali ansia generalizzata, disturbo ossessivo-compulsivo, distimie varie, comportamenti di personalità abnormi, ecc.) vengono “diagnosticati” come entità morbose e malattie mentali di interesse psichiatrico.
Questa indebita estensione del concetto di malattia al livello sindromico, da parte del DSM,  conduce, da un lato, ad una adulterazione di tale concetto, che, dalla sua formulazione scientifica, viene degradato a quella, volgarizzata, dell’uomo comune, mentre, dall’altro lato, ci riporta ad una visione manicomiale della malattia mentale, la cui “diagnosi” viene basata su criteri di disadattamento e di “disturbo” rispetto agli ordinamenti ed alle convenzioni dell’ambiente sociale.
 
D’altra parte, la moderna psicopatologia classica, mentre nega alle sindromi di tipo psicopatico lo statuto di “malattia mentale” e di “entità nosografica”, riconosce la loro autonomia metodologica, conforme al principio della comprensione (
Verstehen ), inquadrandole nella problematica della personalità e della sua dialettica.
Al contrario, con il suo radicale misconoscimento dei criteri di diagnostica differenziale della moderna psicopatologia classica, - per la quale le alterazioni psichiche non riconducibili ad un fondamento neurobiologico non possono, né debbono, essere qualificate come “malattie” o “entità nosografiche”, ma sono da inquadrarsi nella problematica della psicopatie e delle personalità psicopatiche, - il DSM si rende anche responsabile della più grave adulterazione dello stesso concetto di personalità, cui viene negata quell’autonomia metodologica che già le era stata garantita, da parte di K.Jaspers e di K.Schneider, con l’introduzione, in psicopatologia, del principio della comprensione ( o
Verstehen, pertinente alla soggettività ed alla sua dialettica interiore), in contrapposizione al principio naturalistico della spiegazione ( o Erklaeren, attinente alla categoria nosografica delle psicosi).
Occorrerà, al riguardo, sottolineare che, in assenza del riconoscimento, alla problematica della personalità, di una sua autonomia metodologica fenomenologico-dialettica, non sarà neppure possibile conferire un fondamento sistematico alla teoria della psicoterapia e dei trattamenti psicoterapeutici e psicopedagogici, che verranno pertanto ridotti a pure operazioni empiriche di condizionamento per la modifica automatizzata dei comportamenti esteriori, in funzione di un adattamento standardizzato dell’organismo alle richieste dell’ambiente esterno.

Il ritorno ai criteri metodologici della psicopatologia classica, quali sono stati formulati, nella loro versione più moderna, sul piano teoretico e clinico, da autori quali K.Jaspers e K.Schneider, è dunque la condizione indipensabile e indilazionabile per il superamento della grave crisi in cui si trova la psichiatria contemporanea, sia come didattica  universitaria per la formazione psicopatologica del medico, sia per quanto  concerne un’adeguata assistenza specialistica fondata su una corretta diagnostica psicopatologica differenziale.
 
G.Giacomo Giacomini
Presidente SIMPSI

 

* La tavola rotonda è stata tenuta il 28 Ottobre 2009, nella sede dell’Istituto CESAD - Centro Studi per l’Analisi Dialettica, in via Anton M. Maragliano 8, con il seguente programma:

 

 LA PSICOPATOLOGIA FENOMENOLOGICA DI KURT SCHNEIDER: UNA SVOLTA STORICA NELLA PSICHIATRIA CONTEMPORANEA

Relatori:

Riccardo Dalle Luche: “ Le Personalità Psicopatiche” di Kurt Schneider

G.Giacomo Giacomini: Tradizione e rivoluzione nella psicopatologia di K.Schneider: metodo della spiegazione e metodo della comprensione. Personalità psicopatiche, psicosi e diagnosi psicopatologica differenziale.

Pantaleo Fornaro: Segni, sintomi ed esperienza vissuta nel Delirium

Natale Calderaro: " Le Personalità Psicopatiche" di K.Schneider: questioni metodologiche e aspetti clinici. 

 



Esistono le malattie mentali? 

S I M P S I - SOCIETA’ ITALIANA MEDICI

PSICOPATOLOGI e PSICOTERAPEUTI    

SEDE NAZIONALE 

16121 Genova – Via A.M. Maragliano, 8/5 – Tel/Fax 010/580903 begin_of_the_skype_highlighting            010/580903      end_of_the_skype_highlighting  

Internet: ww.istpsico.it E mail: giacomin@libero.it

 

Genova, 4 Settembre 2008

LETTERA APERTA
A tutti i Presidenti degli Ordini dei Medici
A tutti i Colleghi

Esistono le malattie mentali?

La crisi della psichiatria e la formazione psicopatologica del medico

 

Per quanto possa sembrare paradossale, una delle principali ragioni per le quali la psichiatria si trova attualmente messa in crisi, sia come disciplina scientifico-didattica, sia come professione e sistema di assistenza, risiede nel fatto che ancor oggi non è stato trovato un accordo unanime, tra i ricercatori e i professionisti di questa disciplina, su che cosa propriamente debba intendersi con la definizione di “malattia mentale”.

Negli ultimi decenni, i dibattiti e le polemiche tra le opposte schiere degli psichiatri, tradizionalisti ed antitradizionalisti, si sono spinti tanto oltre, da indurre taluni di questi ultimi a rifiutare clamorosamente persino la legittimità della definizione di “malattia mentale”, anzi addirittura a negare la stessa esistenza reale di una tale “malattia”.

Su queste basi è nato, tra l’altro, anche il movimento della cosiddetta “antipsichiatria”, che è arrivato a misconoscere alla disciplina psichiatrica ogni autentico fondamento scientifico. Se tuttavia dovessimo risalire alle prime origini della psichiatria moderna, ci accorgeremmo che già allora esistevano non poche perplessità e controversie in merito al significato da attribuirsi alla definizione di “malattia mentale”, - sia come concetto scientifico, sia come stato di sofferenza psichica da sottoporsi a trattamento medico, - anche se soltanto durante lo scorso secolo XX abbiamo assistito al sorgere di un movimento di aperta rivolta contro il cosiddetto “falso mito” della malattia mentale, addebitato alla psichiatria tradizionale come strumento coercitivo ai danni dei ceti più deboli della società. In tal modo, nell’ultima fase della storia della psichiatria, abbiamo visto radicalizzarsi due posizioni estreme: da una parte, la tendenza ( oggi tipicamente rappresentata dai manuali operazionistici DSM e ICD ) a qualificare qualsiasi comportamento abnorme come un “sintomo”, anzi come una vera e propria “malattia mentale”; dall’altra, l’intenzione di negare la stessa realtà della “malattia mentale”, considerata come strumento puramente pragmatico di emarginazione sociale, destituito di qualsiasi valenza scientifica. E’ evidente che simili radicalismi esasperati non possono soddisfare le aspirazioni del pensiero scientifico, così come certamente non giovano alle esigenze di una seria assistenza terapeutica dei nostri pazienti. Inoltre, in tal modo, la stessa immagine della professione psichiatrica viene a trovarsi, oggi più che mai, pubblicamente esposta al rischio di una duplice dequalificazione, quasi si trattasse di una prassi nel contempo “pseudoscientifica” ed “antisociale ”. (Questa incresciosa situazione è facilmente verificabile anche su diversi siti Internet ). A questo punto, occorre peraltro sottolineare che una simile pubblica dequalificazione della psichiatria è tanto più ingiusta e deprecabile, in quanto l’autentico pensiero psichiatrico (oggi, nelle nostre Università, malauguratamente ostracizzato e soppiantato dalla manualistica operazionistica DSM e ICD ) ha ormai da lungo tempo elaborato gli strumenti metodologici e concettuali in grado di garantire alla nostra disciplina la propria autenticità scientifica e la propria dignità professionale. In effetti, è noto come la psicopatologia classica, grazie ai suoi più avanzati contributi ( peraltro risalenti ancora ai primi decenni del secolo scorso, grazie ad autori come K.Jaspers e K.Schneider ), ci consenta , ormai da molto tempo, di pervenire ad una precisa individuazione, sul piano clinico ed epistemologico, di quegli stati di sofferenza psichica che, derivando da una patologia neurobiologica ( tossica, infettiva, degenerativa, circolatoria, metabolica, neoplastica, ecc.), rientrano nella categoria nosografica delle “malattie mentali” (o psicosi). Da tali stati dovranno pertanto essere distinte, in sede di diagnostica psicopatologica differenziale, tutte quelle condizioni di alterazione psichica che, pur procurando, a chi ne è affetto ed a chi con lui convive, disagi talora non meno gravi delle psicosi, non sono tuttavia da addebitarsi a malattie neurobiologiche, ma a conflitti della personalità (personalità psicopatiche e loro sviluppi ). Questa fondamentale distinzione nosografica comporta dunque che, a seguito di un’adeguata diagnosi psicopatologica differenziale, soltanto alle psicosi ( cioè alle autentiche malattie mentali, a fondamento neurobiologico ) sarà applicabile il metodo della spiegazione naturalistica ( Erklaeren ), mentre per tutte le psicopatie ( personalità psicopatiche e loro sviluppi ) si renderà necessaria la metodologia della comprensione ( Verstehen ).

Purtroppo, l’attuale formazione psicopatologica del medico, generico e specialista psichiatra, essendo impostata, dalla psichiatria accademica delle nostre facoltà di medicina, secondo i canoni dei manuali operazionistici DSM e ICD, conduce ad una indiscriminata applicazione del metodo della spiegazione naturalistica anche alle psicopatie, precludendosi così la possibilità di un’autentica diagnosi psicopatologica differenziale e di una conseguente, indispensabile differenziazione dei programmi di trattamento terapeutico, in senso farmacologico o psicoterapeutico.

A causa di questa ingiustificabile carenza della didattica universitaria, nonostante, con l’avvento della legge 180, siano state riformate le norme relative all’assistenza psichiatrica, nulla è stato realmente mutato rispetto alla formazione psicopatologica del medico, generico e specialista, i cui parametri professionali restano, a tutt’oggi, ancora confinati nei limiti di una vetusta concezione infermieristico - manicomiale della malattia mentale, con grave pregiudizio sia per la credibilità scientifica e professionale della nostra disciplina, sia per il livello qualitativo dei servizi di assistenza.

G.Giacomo Giacomini

Presidente SIMPSI